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Una bufala spacciata per vangelo

Questa volta le carte le hanno “coperte” loro, i pretoriani del gioco pulito. È l’11 maggio, e questi sono solo alcuni titoli dedicati dalle testate nazionali all’indomani della presentazione del Documento preparatorio per la 46esima Settimana sociale dei cattolici italiani che si terrà dal 14 al 17 ottobre 2010 a Reggio Calabria: “La Cei boccia il federalismo fiscale” (Stampa e Tempo), “I vescovi: attenti al federalismo fiscale” (Corriere della Sera), “La Cei, no al federalismo fiscale. Uno schema destinato a fallire” (Repubblica), “I vescovi bocciano federalismo fiscale: No a egoismi e chiusure” (Riformista). “I vescovi: «Il federalismo fiscale fallirà»” (Secolo XIX).

Il dubbio circa una sonora bocciatura della Conferenza episcopale italiana alla riforma avviata dalla legge n. 42 del 5 maggio 2009 “Delega al Governo in materia di federalismo fiscale, in attuazione dell’articolo 119 della Costituzione” a questo punto è lecito: peccato faccia a cazzotti con il contenuto del documento “incriminato”, 18.223 parole in cui la parola “federalismo” ricorre 9 volte, per un totale di 99 caratteri su 120.247, e solo tre volte accoppiato al più temibile aggettivo “fiscale”. Quanto basta, insinuano i media, per scatenare la bufera tra Carroccio e cattolici, nelle cui questioni sollevate all’interno del documento il Secolo XIX vede peraltro una «convergenza significativa» con le posizioni espresse nelle ultime settimane dal presidente della Camera Gianfranco Fini. Poi, più niente. In capo a 24 ore l’allarme è rientrato. Il tema del federalismo fiscale continua ad interessare ampie paginate, ma dell’altolà della Chiesa non si parla più. 
Cos’è accaduto e cosa abbiano significato le reazioni in quelle ore seguenti la conferenza stampa di presentazione del documento “Cattolici nell’Italia di oggi. Un’agenda di speranza per il futuro del Paese”, redatte per l’appuntamento di Reggio Calabria dei cattolici italiani, lo spiega a Tempi il vicepresidente dal Comitato scientifico e organizzatore delle Settimane sociali Luca Diotallevi: «È accaduto che la serietà del testo ha resistito al tentativo di abuso. Pensi al quotidiano della Lega Nord, La Padania, che con grande correttezza ha titolato in prima pagina “Federalismo necessario, la verità sul rapporto Cei”, dimostrando come le polemiche sorte nelle ore successive all’uscita del documento fossero basate non sulla lettura del testo, ma sul contenuto di alcune agenzie. Incomprensioni nate in buona o cattiva fede? A noi non interessa. Come non ci interessa suggerire un modello di buongoverno, cosa che esula dalle nostre competenze. A noi interessa che all’interno di una necessaria e nuova forma di organizzazione del sistema politico che valorizzi le autonomie locali vengano recepite con efficacia le istanze di sussidiarietà e solidarietà. È questo che abbiamo domandato alle istituzioni: fateci capire quello che proponete per dare valorizzazione ai principi che stanno a cuore a noi credenti ma non solo».
Una domanda che per il professore associato di Sociologia all’Università di Roma Tre ha di fatto costretto a giocare a carte scoperte detrattori ed estimatori del federalismo: «Le reazioni solo sulla parte del documento relativa al federalismo palesano tre cose. In primo luogo evidenziano l’esistenza di gruppi sociali molto estesi che vivono su una spesa pubblica parassitaria e che drammaticamente temono ogni forma di razionalizzazione e di crescita di qualità nonché dell’efficienza della spesa pubblica. Secondariamente, sottolineano come queste politiche di razionalizzazione e qualificazione assumano spesso un carattere, se non addirittura vendicativo, di minaccia, generando di fatto una reazione ancora più forte se non opposta a quella che dovrebbero meritare. Da ultimo, ma non meno importante, ci ricordano che la storia del nostro paese negli anni 50 e 60 è cresciuta grazie allo Stato, e se vogliamo, come dobbiamo, andare oltre a una certa forma storica del sistema politico dobbiamo farlo ponendoci obiettivi più elevati di quelli perseguiti in passato. Non è cioè sulla demonizzazione degli ultimi vent’anni di storia repubblicana che costruiremo riforme. Al contrario: proprio perché quegli anni hanno funzionato, oggi possiamo andare oltre». 
Un passo avanti su cui la Chiesa vuole vigilare e, seguendo la storia e l’esempio dei cattolici impegnati nella scena pubblica, da Rosmini a Sturzo a De Gasperi, mettere in guardia dai rischi di un sistema ridotto a sola forma di decentramento o di trasferimento di potere e competenze: «Per dirla con le parole di don Luigi Sturzo, la comunità locale è più originaria dello Stato, dunque la Chiesa è portatrice di un diritto delle comunità locali ad autogovernarsi il più possibile. Ben si comprende, tuttavia, che per svariate funzioni è necessario che le comunità si aggreghino, perché la nostra missione è il bene comune – e rispetto al bene comune tutto è strumento e niente è il fine. Quello che diciamo oggi è che va con serietà individuata e valutata un’altra organizzazione del sistema politico, confrontati tra loro costi e benefici con la misura del bene comune. Partendo dal principio del diritto alla vita, e alla buona vita, di ciascun membro della comunità nazionale, va preferito il sistema che approssima di più questo obiettivo». Per garantire, per esempio, il diritto alla salute da nord a sud, da est a ovest, e perché tale diritto non diventi un alibi per finanziare a fondo perduto istituzioni pubbliche statali e non. «Riprendendo papa Benedetto XVI nella Deus caritas est, è importante che i servizi siano realizzati da soggetti capaci di non segmentare il mercato (di non servire cioè solo chi condivide i loro valori) e riempire di contenuti alcuni servizi così delicati come quelli della sanità. È questo che sostiene il documento: il pluralismo dell’offerta di contenuti e il sostegno alla domanda e ai diritti individuali come criteri guida di una riforma politica e reale».

Tra titoli assurdi e sprechi reali
Non un no al federalismo, quindi, bensì un sì incondizionato a istituzioni che consentano politiche di solidarietà e sussidiarietà efficaci e trasparenti. Principi che, assicura a Tempi il professor Luca Antonini, presidente della Commissione tecnica paritetica per l’attuazione del federalismo fiscale, «vengono ampiamente rispettati nella legge delega sul federalismo fiscale, una legge bipartisan che è stata votata da ampie parti dell’opposizione. Ciò che ci deve preoccupare della strumentalizzazione da parte della stampa del documento preparatorio, un testo tutt’altro che negativo a proposito del federalismo, è piuttosto il palesarsi di una cattiva informazione. Scrivere in un articolo “I vescovi aprono al federalismo Ma bocciano quello fiscale: «Fallirà»” (dal Corriere della Sera ad Affari Italiani, ndr) è un’assurdità e genera allarmi privi di ogni fondamento». 
Antonini ricorda che nel nostro paese il federalismo, sulla carta, esiste già dalla riforma costituzionale del 2001, ma che non funziona – «pensiamo alle cinque Regioni italiane che sono state “commissariate” sulla sanità» – proprio perché carente di quei «meccanismi di responsabilizzazione che solo il federalismo fiscale può attivare. Solo i processi avviati dalla riforma hanno infatti permesso l’emersione di una situazione latente, mancanza di trasparenza e sacche di illegalità, che avrebbe in fretta danneggiato come un virus tutto il sistema». Il professore cita alcuni esempi emblematici di “federalismo senza federalismo fiscale”, partendo dall’ultima manovra del governo Prodi che ha stanziato 12 miliardi di euro per cinque Regioni in extradeficit sanitario, tra cui la Campania, «dove però oggi la Asl n. 1 di Napoli non riesce a pagare gli stipendi dei dipendenti. Che ne è stato di quel ripiano?», proseguendo con l’assegno di gratifica premiale del 20 per cento ai direttori delle Usl deciso da Loiero come commissario della sanità calabrese, «peccato che nessuno è stato capace di ricostruire la contabilità in quella Regione e si sono dovuti chiudere i tavoli di monitoraggio sulla spesa sanitaria sulla base delle dichiarazioni verbali dei direttori», e concludendo con l’esempio di alcuni ospedali del Sud dove «quanto più è maggiore il disavanzo economico, tanto minore è la qualità e la sicurezza delle cure». 
Una logica perversa che non sarebbe stata eliminata se la riforma del federalismo fiscale non avesse introdotto la categoria del costo standard, «quella categoria dove sono altamente rispettati i principi di solidarietà ed eguaglianza che invocano i cattolici», e la prospettiva del superamento del finanziamento in base alla spesa storica, «che senza il rispetto di tali principi finiva per pesare sulle tasche di tutti gli italiani, non solo quelli di una regione, tutti. E sono solo alcuni esempi che raccontano la situazione in cui ha versato l’Italia negli ultimi anni, situazione che non può non preoccupare il cittadino, politico, elettore o cattolico che sia».
Il rimedio a tutto questo, a quei 50,6 miliardi di euro di sprechi citati da Luca Ricolfi ne Il sacco del Nord e sui quali si esercitano circoli di illegalità, si chiama, appunto federalismo fiscale. Un sistema che, chiarisce Antonini riferendosi alle preoccupazioni circa il pluralismo dei servizi sollevate nel documento, proprio a partire dalla scelta di un meccanismo di perequazione, previsto non in base alla capacità fiscale bensì al costo standard «colpisce gli sprechi e non va a combattere i servizi». 
Molto dipenderà dai decreti di attuazione, è vero, e dal periodo che verrà dato alle regioni meno efficienti per rientrare in parametri di normalità, «ma i principi delineati dalla legge sono forti e chiari e adempiono ampiamente alle istanze sollevate dal documento. Il federalismo fiscale è innanzitutto una grande educazione alla responsabilità, un intervento di razionalizzazione della spesa pubblica e di modernizzazione necessario. Non attuarlo significherebbe incancrenire il sistema in una forma finta di federalismo, pieno di deficit e svuotato di ogni responsabilità e dunque di contenuto». Niente a che vedere dunque l’operazione di confusione orchestrata dai giornali, «noi – conclude Antonini – stiamo giocando a carte scoperte».

Pubblicato il 23/5/2010 alle 19.3 nella rubrica diario.

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