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17 luglio 2010

Bersani ti serve una cartina toponomastica

La sinistra deve fare vedere ai compagni mica che c’ha una banca, ma che ha le palle! Quella intercettazione telefonica in cui Fassino è stato sorpreso ad urlare tutto entusiasta: "ma allora abbiamo una banca!!!….", è stato il superamento di ogni confine di degrado etico possibile ed immaginabile, è stato il sorpasso del presente rispetto al passato, è stato il tuffo nell’ignoto che ha lasciato dietro a sè milioni di militanti sconcertati e smarriti: che ancor oggi vagano nel nulla. Dopo una roba così Fassino avrebbe dovuto essere epurato dal partito, ma mica perché aveva commesso reati od illeciti, quanto perché con quella frase ha messo in vetrina e di fronte al mondo intero che la sinistra si nutre e banchetta con le stesse posate, con le stesse tovaglie, al medesimo desco e con le medesime pietanze della destra. Doveva essere epurato, espulso con disonore e mandato a purgare la vergogna per 5 anni nelle steppe russe, a recuperare un pò dell’anima del passato…ed invece nulla, a dimostrazione del fatto che Fassino non era un caso, ma che è un caso tutto il partito. Bersani e Franceschini quando parlano, non devono parlare come se 5 minuti prima avessero fatto una donazione di sangue, ma essere nerboruti: "Compagni! Abbiamo ritrovato le palle!!!". E magari Nanni Moretti ci farebbe persino un film sopra. Ecco di cosa ha bisogno Bersani e la sinistra: di una cartina toponomastica, per capire da dove sono venuti e dove stanno andando. Sono venuti dalla Festa dell’Unità e adesso a quale festa vanno?


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9 luglio 2010

Disprezzare i berlusconiani

Nell’Italia il discrimine fondamentale non è tra destra e sinistra, è tra berlusconiani e antiberlusconiani. Poco meno della metà degli italiani è convinta che Berlusconi è animato dalle più spregevoli intenzioni e provoca solo disastri; i rimanenti pensano che, quali che possano essere i demeriti del Cavaliere, i suoi avversari sono peggiori di lui. Le due comunità non comunicano, a meno che non si considerino messaggi le cannonate, i missili e, più banalmente, gli insulti.

Tutto questo psicologicamente rimonta a parecchio tempo addietro.
Gli italiani del dopoguerra non erano appassionati di politica. Sapevano che fascismo e monarchia li avevano condotti al disastro e dunque erano antifascisti e democratici. Per il resto, dal momento che il Duce in economia era stato sostanzialmente liberale, o al massimo socialdemocratico (l’Iri fu una sua creazione), non si aspettavano e non desideravano novità, se non un maggiore benessere. Erano tendenzialmente qualunquisti o, ad essere ottimisti, pragmatici.
Il Pci invece non desiderava mantenere il modello in atto. Lo vedeva come un regime liberale in salsa democratica piuttosto che fascista e vagheggiava al contrario il modello marxista: la statalizzazione della produzione, l’abolizione del plusvalore, il proletariato al governo, il distacco dagli Stati Uniti filistei e l’adesione all’U.r.s.s., nel segno di una palingenesi totale.
Malauguratamente, vivendo in un Paese dalla stampa libera, gli italiani sapevano benissimo le conseguenze concrete di quel tipo di regime dovunque si fosse tentato di applicarlo. Per conseguenza volevano soltanto impedire che i comunisti, andando al governo, potessero fare in Italia quello che avevano fatto in Cecoslovacchia.
Questa frattura degli spiriti si trasfuse in due atteggiamenti psicologici diversi. I comunisti reputavano il resto degli italiani spregevoli: senza idee chiare; senza coraggio; senza ideali; senza cultura; senza sensibilità sociale per i più poveri; per loro, a parte pochi sinceri credenti (i liberali erano quantité négligeable), la Dc era sostenuta o da chi ne traeva vantaggio o da chi aveva semplicemente paura dei comunisti. Infine, dagli Anni Sessanta in poi, a questo partito dette manforte il Psi, peggiorandone i difetti.
In Italia c’era un solo partito veramente politico, il Pci, e i non comunisti (il termine “anticomunisti” era una bestemmia) si sentivano nel mirino. Erano condannati in partenza e rischiavano continuamente di essere trattati da fascisti. Per questo, pur sapendosi maggioranza, trattavano gli avversari con intimo fastidio ma sempre con prudenza, perché in sostanza ne avevano paura. Nessuno osava affrontarli di petto. Quando Indro Montanelli lo fece sembrò che tirasse la barba al Papa.
I comunisti erano sempre minoranza nelle urne e maggioranza dovunque si aprisse la bocca per parlare. Essi ne derivarono l’illusione che, dovunque, i presenti la pensassero come loro. Tant’è che non si chiedevano mai - nemmeno per elementare cortesia - se non stessero offendendo le opinioni altrui: del resto, perché avere remore? Loro avevano indubbiamente ragione, sempre e comunque.
Col tempo si sono avute forme di consociativismo e dunque di minore contrapposizione, ma nel 1994 la comparsa di Berlusconi ha azzerato tutto. Gli ex comunisti si sono visti inopinatamente rigettare in una posizione di autentica opposizione e per questo, con tutta la boria dei vecchi togliattiani, hanno riesumato l’armamentario del primo Pci: noi abbiamo idee, voi solo interessi; noi siamo onesti, voi siete disonesti; noi siamo colti, voi siete ignoranti; noi siamo i migliori, voi siete i peggiori. I berlusconiani da parte loro sono semplicemente risoluti a impedirgli di andare al governo non per salvaguardare, come al tempo di Togliatti, la loro appartenenza alle democrazie, ma perché reputano la sinistra dannosa per l’Italia. Naturalmente fanno tutto ciò in silenzio, come i democristiani di tanto tempo fa. E come un tempo non si trovava nessuno che votasse Dc - e tuttavia la Dc vinceva tutte le elezioni - ora non c’è nessuno a favore di Berlusconi ma lui vince continuamente.
Gli antiberlusconiani dovrebbero rendersi conto che quando esprimono il loro disprezzo per i “berluscones”, e credono che il silenzio dell’uditorio certifichi il loro trionfo, hanno solo ottenuto che molti, compatendoli in cuor loro, li sopportino cristianamente.
Bisogna consentire ai perdenti nati di raccontarsi storie consolatorie. E magari di dichiarare che il vincitore ha barato.

giannipardo@libero.it


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4 luglio 2010

Riforme in Italia?

Ma l'Italia è riformabile? Il quesito non è certo nuovo, se è vero che di grandi riforme si parla ormai da più di 30 anni, da quando la nostra democrazia, nata piuttosto gracile sulla base di un compromesso lungo il muro di Jalta, ha cominciato a mostrare i limiti di un accordo e di una carta costituzionale che esprimeva i tempi durissimi del dopoguerra. Ma in questo trentennio ad errore abbiamo aggiunto errore, lungi dal riorientare il Paese verso un equilibrato e regolare treno di vita. Abbiamo costruito una società consociativa senza formalizzare la natura giuridica dei sindacati – come prevede la stessa Costituzione –, e lasciando che il diritto di sciopero scavalcasse quasi sempre i mille diritti che ogni sciopero regolarmente lede. Abbiamo cercato di sviluppare il sistema industriale italiano, ed abbiamo creato una grande industria parassitaria e legata a doppio filo al pubblico potere.  Abbiamo voluto abbandonare il vecchio ma in fondo collaudato sistema formativo per costruire una scuola di massa che danneggia prima di tutto proprio la massa. Abbiamo difeso a oltranza il decoro e il prestigio della giustizia, riconoscendole anche sul piano delle retribuzioni uno status di tutto rispetto, e abbiamo ottenuto una sorta di corporazione di mandarini che in nome della propria indipendenza fa impunemente politica e motiva le proprie nuove rivendicazioni salariali con la difesa della libertà. Ci siamo riempiti la bocca di repubblica parlamentare, e stiamo finendo per svuotare il barocchissimo sistema bicamerale perfetto di ogni residua autorità e incisività, grazie anche all'incapacità di rivedere i ruoli delle due camere, e a un sistema di selezione del personale politico che manifesta ogni giorno la propria inadeguatezza. Siamo perfino riusciti, sull'onda delle più sciocche e becere manifestazioni di populismo giustizialista, a scassare il vecchio e glorioso istituto dell'immunità parlamentare…

Insomma, negli ultimi trent'anni ogni tentativo di riforma, per mancanza di idee serie e organiche, e di prospettive forti e in qualche modo condivise, ha finito per appesantire la situazione e per rendere più difficile uscirne. Da ultimo, nella confusione generale abbiamo lasciato che figure che un tempo dovevano giocare un ruolo di garanzia si buttino a corpo morto nella politica politicante: e così il presidente della Camera fa il capo dell'opposizione, commentando e esprimendo le proprie valutazioni personali sull'attività e sulle scelte parlamentari; mentre il capo dello Stato sta diventando, contro ogni regola, una sorta di controparte del Governo e della Maggioranza: con molti commentatori che invocano lo stato di necessità e di crisi generale di maggioranza e opposizione per giustificare e a volte per encomiare servilmente queste improvvide esondazioni, che finiscono di scardinare quel poco che resta delle regole democratiche.

Così, questi trent'anni sono serviti per parlare di semplificazioni nei discorsi e nei programmi, ma per ingarbugliare in maniera quasi insolubile – nella prassi politica – la matassa del lungo filo che dovrebbe portare alla modernizzazione. Come mai? Probabilmente, alla base di tutto sta l'equivoco che ha mosso per decenni, e ancora in parte muove, le sinistre lanciate nella conquista di nuovi spazi e di nuovi diritti. Le quali, se si escludono le forze riformiste odiate ed esecrate come traditrici e socialfasciste, non furono mai in grado di distinguere fra lotta allo Stato – ritenuto non riformabile – e lotta alla "classe". Il che, in questa forma e a questo livello, rimane un fatto tipico del nostro Paese, o se vogliamo anche di altri non certo avanzati sul piano della cultura politica, come la Grecia. Significativo da questo punto di vista un esempio che vien da lontano: nell'imminenza della Grande Guerra, i massimi partiti socialdemocratici europei abbandonarono, fra discussioni e dubbi, la loro dimensione "internazionale e proletaria", per votare, ciascuno per il proprio Paese, i crediti di guerra. A ragione o a torto, quale che fosse la causa da difendere, l'interesse nazionale veniva prima di tutti gli altri, lotta di classe compresa. Eccezione di rilievo, la sinistra italiana.

Così ancor oggi si continua – come rileva oggi Giacalone – a usare il semplice sospetto di mafia come un bastone per abbattere l'avversario nella sua immagine nazionale e internazionale, e mettere in dubbio la solidità economica e finanziaria del Paese, al di là e ben di più di quanto facciano le sinistre dei Paesi vicini; a combattere non per, ma contro il Paese nel suo complesso, nell'illusione di essere in grado, un giorno e dopo il crollo, di assumerne saldamente – e magari inamovibilmente – la guida illuminata e di pilotarne la palingenesi, malgrado la decadenza e la degenerazione intervenuta dell'intera classe dirigente.

Insomma, sembra che paghiamo ancora oggi il carattere massimalista e implicitamente arretrato di gran parte della nostra Sinistra, che mai riuscì a digerire e ad ammettere coralmente e ufficialmente il riformismo, e nemmeno a riconoscersi completamente in esso anche quando la forza delle cose li indusse – occasionalmente – a comportarsi come tali.

Insomma, riformare l'Italia è un po' come guidare un carro tirato da due somari in direzioni opposte. Ma in fondo, per chi abbia un po' meditato sulle esperienze del passato, proprio queste sono le situazioni che portano alla morte della democrazia ed alla instaurazione di regimi autoritari. Altro che Berlusconi, che in fondo oggi appare fin troppo debole e vittima di una anarchia crescente, che confonde e rende impotenti ruoli e poteri, e di un Paese che resta inguaribilmente diviso in due, vittima di una sinistra ancora ancorata a miti ed a tecniche di aggressione politica del secolo scorso.


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