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30 maggio 2010

la dittatura dei giornali di sinsitra

Santoro milionario; Concita De Gregorio a Ballarò con scarpe da 1000 euro mentre parla di povertà; la crisi dei quotidiani e i tagli nei confronti dell’editoria. Le star dell’informazione sono le prime a cadere vittima del loro moralismo: ossimori viventi, Ciceroni e Caligola nel tempo stesso. Qual è il futuro dell’informazione, mentre si discute di intercettazioni?
Partiamo da quest’ultimo punto. Luca Ricolfi su Panorama certifica che le intercettazioni in Italia sono notevolmente più alte che altrove. E’ giusto che i giornalisti non subiscano processi per la pubblicazione di notizie riservate, ma in quale altro paese si assiste alla continua violazione del segreto istruttorio? Il problema principale resta questo, al di là dei nuovi limiti sulla durata delle intercettazioni (75 giorni). Il ministro Alfano ha ribadito che - al di là del mezzo telefonico - sono utilizzabili tutti gli altri metodi di indagine, dai pedinamenti alle irruzioni ai sequestri. La stampa ufficiale però ha parlato di “bavaglio”, salvo poi tacere sulle alternative: il suo scopo non dichiarato è sollevare scandali, per vendere copie. Ma ciò finisce per assegnarle un ruolo politico pesantissimo.  La stampa mainstream come centro della morale. Nel 2006 la rivista Aspenia (diretta da Marta Dassù e Lucia Annunziata) ha ospitato un dibattito sui media, introdotto da un saggio di Robert B. Kaplan, titolato Media-Evo. Secondo Kaplan, in una società dominata dall’informazione i politici sono più deboli, mentre i giornali diventano sempre più autoritari: "C'è un nuovo tipo di tirannia, quello dei media, che sta alzando la testa. E' esercitata da una massa d'urto che fa paura: non elettiva, non controllabile, passa da un linciaggio all'altro... Non può mai essere nel torto perché si dichiara al servizio dei deboli e degli oppressi, ed è qui il suo potere di opprimere".  Kaplan individua nel 1968 la time-line dopo la quale i mezzi di comunicazione hanno cominciato a rivestire il ruolo di santificatori. Citando Samuel Huntington, Kaplan scrive che dopo la rivoluzione pop "l'arroganza del potere venne sostituita dall'arroganza della morale [il giustizialismo, opposto dell’etica, ndr]". I media cominciarono ad agire in competizione diretta con i politici, "la segretezza divenne sinonimo di male, e il concetto di denuncia venne elevato a principio". I media “missionari” sostituiscono la fede e l'etica laica con una morale universalista che scimmiotta il papato del Medio Evo e sostituisce la filosofia politica con la cronaca machiavellica. La continua gogna mediatica è la risultante del nuovo totalitarismo. Un discorso simile fu affrontato da André Gluksmann nel libro “Occidente contro Occidente”, ai tempi di Saddam in Iraq, quando i media lasciavano intendere che era preferibile la dittatura alla guerra, e imposero il termine “invasione” al posto di “liberazione”. Ci fu anche chi preferiva mantenere le stragi di musulmani bosniaci al mercato di Sarajevo, piuttosto che fermare la Serbia. Risalendo fino al periodo dell’euromarxismo si può ricordare il motto asinino degli intellettuali francesi: “Meglio avere torto con Sartre che ragione con Raymond Aron” (in riferimento all’amore delle élites francesi nei confronti dell’Unione Sovietica). Indubbiamente il totalitarismo moralista ha delle tracce di verità, finché la corruzione generalizzata resta un problema da risolvere. Tuttavia il giustizialismo e la gogna mediatica sono l’opposto dell’etica e della libertà. Scriveva Aristotele nell’Etica Nicomachea (9:30): 

Il fine della scienza politica è il più elevato; essa infatti ha come sua massima cura il rendere i cittadini dotati di qualità, buoni e praticanti il bene”.

Il giustizialismo si fonda sulla ricerca della propria identità politica smarrita, una ricerca basata  sull’individuazione di un nemico. Al contrario l’Etica non considera nemici tutti i diversi da sé e ha il vantaggio di essere l’unico denominatore comune possibile tra ciò che appare inconciliabile: religione, laicità, scienza, diritti civili, genetica. La jacquerie giustizialista pertanto può contribuire a rinviare il fallimento di certa stampa grazie all’applicazione del gossip scandalistico alla politica, ma con ciò impone anche il rinvio sine die di una nuova civilizzazione fondata sui princìpi dell’etica e del sapere.  Le società divise crollano Arnold Toynbee, descrivendo come crollano le civiltà, ricordava la stagnazione di quasi due secoli che riguardò l’antica Roma, quando la “Plebe riuscì a stabilire un permanente antistato completo di istituti, assemblee, funzionari. …Solo nel 287 a.C. l’arte politica riuscì a venire a capo di questa enormità costituzionale fondendo stato e antistato in un’operante unità politica”. Dopo altri due secoli di grande espansione le carriere “violente e fallite dei Gracchi aprirono una seconda stasi (131-31 a.C). Questa volta, dopo un altro secolo di autolesionismo, lo stato romano si assoggettò a una dittatura perpetua”. Le società moderne europee sono anche più esposte alla stagnazione sociale, dal momento che in esse operano contemporaneamente e in direzioni opposte non solo i rappresentanti della popolazione e delle sue culture e stratificazioni, ma anche chi gestisce le informazioni, a volte come Cicerone, a volte come un Goebbels, più cinico, perché mascherato da Sant’Ignazio.

Crisi dei quotidiani: iPad o contenuti?
Il web diffonde immediatamente una notizia. Quando il cittadino ascolta il tg serale, già la conosce. Prima di andare a letto, potrà averne seguìto i dettagli sui talk show. Se l'indomani compra un giornale dopo aver avuto gli aggiornamenti alla radio, e la ritrova in prima pagina, non la legge nemmeno. Quello per lui è un foglio bianco.
E' un problema enorme, per la carta stampata, arrivare ultima nel fornire la notizia, e infatti il mercato pubblicitario si sposta verso internet e la telefonia. Gli ultimi dati diffusi sulla vendita dei principali quotidiani confermano il crollo (vedere qui).
L’ultima salvezza sembra essere l’iPad della Apple, sul quale si sono già lanciati i principali giornali italiani. Ciò può ovviare al ritardo rispetto all’informazione sul web creando un supermedium, a patto che l’aggiornamento delle notizie sia davvero continuo e creativo.

La malattia è il cinismo
Il problema principale è quello dei miseri contenuti degli articoli e della liberazione dell’informazione dal machiavellismo politico mascherato. La stampa è schiava di cinismo. Gli esempi sono infiniti: si prenda il caso della frase di Mussolini riferita da Berlusconi in sede di riunione Ocse. La citazione del dittatore non era casuale, se presa nell’accezione corretta: “Se persino un tiranno diceva di non aver controllo sulla gestione dello Stato, difficilmente un premier riuscirà a modificare il mercato, che è indipendente dal potere, in una democrazia”. Il presidente del Consiglio in effetti doveva esprimere con chiarezza questo contenuto, ed ha bisogno di migliori e più smaliziati consiglieri. Tuttavia il rovesciamento di questa frase compiuto dalla stampa “mainstream” ha del fenomenale, dal momento che ha finito per presentare Berlusconi come un seguace di Mussolini. Eppure il desposta Hugo Chavez, che avrebbe affermato di ispirarsi a Lenin, Castro e Mussolini, venne abbracciato in Parlamento dalle sinistre e lodato come un san Francesco al Festival del cinema di Venezia, senza che si levasse nemmeno un indignato battito di ciglia.



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23 maggio 2010

Una bufala spacciata per vangelo

Questa volta le carte le hanno “coperte” loro, i pretoriani del gioco pulito. È l’11 maggio, e questi sono solo alcuni titoli dedicati dalle testate nazionali all’indomani della presentazione del Documento preparatorio per la 46esima Settimana sociale dei cattolici italiani che si terrà dal 14 al 17 ottobre 2010 a Reggio Calabria: “La Cei boccia il federalismo fiscale” (Stampa e Tempo), “I vescovi: attenti al federalismo fiscale” (Corriere della Sera), “La Cei, no al federalismo fiscale. Uno schema destinato a fallire” (Repubblica), “I vescovi bocciano federalismo fiscale: No a egoismi e chiusure” (Riformista). “I vescovi: «Il federalismo fiscale fallirà»” (Secolo XIX).

Il dubbio circa una sonora bocciatura della Conferenza episcopale italiana alla riforma avviata dalla legge n. 42 del 5 maggio 2009 “Delega al Governo in materia di federalismo fiscale, in attuazione dell’articolo 119 della Costituzione” a questo punto è lecito: peccato faccia a cazzotti con il contenuto del documento “incriminato”, 18.223 parole in cui la parola “federalismo” ricorre 9 volte, per un totale di 99 caratteri su 120.247, e solo tre volte accoppiato al più temibile aggettivo “fiscale”. Quanto basta, insinuano i media, per scatenare la bufera tra Carroccio e cattolici, nelle cui questioni sollevate all’interno del documento il Secolo XIX vede peraltro una «convergenza significativa» con le posizioni espresse nelle ultime settimane dal presidente della Camera Gianfranco Fini. Poi, più niente. In capo a 24 ore l’allarme è rientrato. Il tema del federalismo fiscale continua ad interessare ampie paginate, ma dell’altolà della Chiesa non si parla più. 
Cos’è accaduto e cosa abbiano significato le reazioni in quelle ore seguenti la conferenza stampa di presentazione del documento “Cattolici nell’Italia di oggi. Un’agenda di speranza per il futuro del Paese”, redatte per l’appuntamento di Reggio Calabria dei cattolici italiani, lo spiega a Tempi il vicepresidente dal Comitato scientifico e organizzatore delle Settimane sociali Luca Diotallevi: «È accaduto che la serietà del testo ha resistito al tentativo di abuso. Pensi al quotidiano della Lega Nord, La Padania, che con grande correttezza ha titolato in prima pagina “Federalismo necessario, la verità sul rapporto Cei”, dimostrando come le polemiche sorte nelle ore successive all’uscita del documento fossero basate non sulla lettura del testo, ma sul contenuto di alcune agenzie. Incomprensioni nate in buona o cattiva fede? A noi non interessa. Come non ci interessa suggerire un modello di buongoverno, cosa che esula dalle nostre competenze. A noi interessa che all’interno di una necessaria e nuova forma di organizzazione del sistema politico che valorizzi le autonomie locali vengano recepite con efficacia le istanze di sussidiarietà e solidarietà. È questo che abbiamo domandato alle istituzioni: fateci capire quello che proponete per dare valorizzazione ai principi che stanno a cuore a noi credenti ma non solo».
Una domanda che per il professore associato di Sociologia all’Università di Roma Tre ha di fatto costretto a giocare a carte scoperte detrattori ed estimatori del federalismo: «Le reazioni solo sulla parte del documento relativa al federalismo palesano tre cose. In primo luogo evidenziano l’esistenza di gruppi sociali molto estesi che vivono su una spesa pubblica parassitaria e che drammaticamente temono ogni forma di razionalizzazione e di crescita di qualità nonché dell’efficienza della spesa pubblica. Secondariamente, sottolineano come queste politiche di razionalizzazione e qualificazione assumano spesso un carattere, se non addirittura vendicativo, di minaccia, generando di fatto una reazione ancora più forte se non opposta a quella che dovrebbero meritare. Da ultimo, ma non meno importante, ci ricordano che la storia del nostro paese negli anni 50 e 60 è cresciuta grazie allo Stato, e se vogliamo, come dobbiamo, andare oltre a una certa forma storica del sistema politico dobbiamo farlo ponendoci obiettivi più elevati di quelli perseguiti in passato. Non è cioè sulla demonizzazione degli ultimi vent’anni di storia repubblicana che costruiremo riforme. Al contrario: proprio perché quegli anni hanno funzionato, oggi possiamo andare oltre». 
Un passo avanti su cui la Chiesa vuole vigilare e, seguendo la storia e l’esempio dei cattolici impegnati nella scena pubblica, da Rosmini a Sturzo a De Gasperi, mettere in guardia dai rischi di un sistema ridotto a sola forma di decentramento o di trasferimento di potere e competenze: «Per dirla con le parole di don Luigi Sturzo, la comunità locale è più originaria dello Stato, dunque la Chiesa è portatrice di un diritto delle comunità locali ad autogovernarsi il più possibile. Ben si comprende, tuttavia, che per svariate funzioni è necessario che le comunità si aggreghino, perché la nostra missione è il bene comune – e rispetto al bene comune tutto è strumento e niente è il fine. Quello che diciamo oggi è che va con serietà individuata e valutata un’altra organizzazione del sistema politico, confrontati tra loro costi e benefici con la misura del bene comune. Partendo dal principio del diritto alla vita, e alla buona vita, di ciascun membro della comunità nazionale, va preferito il sistema che approssima di più questo obiettivo». Per garantire, per esempio, il diritto alla salute da nord a sud, da est a ovest, e perché tale diritto non diventi un alibi per finanziare a fondo perduto istituzioni pubbliche statali e non. «Riprendendo papa Benedetto XVI nella Deus caritas est, è importante che i servizi siano realizzati da soggetti capaci di non segmentare il mercato (di non servire cioè solo chi condivide i loro valori) e riempire di contenuti alcuni servizi così delicati come quelli della sanità. È questo che sostiene il documento: il pluralismo dell’offerta di contenuti e il sostegno alla domanda e ai diritti individuali come criteri guida di una riforma politica e reale».

Tra titoli assurdi e sprechi reali
Non un no al federalismo, quindi, bensì un sì incondizionato a istituzioni che consentano politiche di solidarietà e sussidiarietà efficaci e trasparenti. Principi che, assicura a Tempi il professor Luca Antonini, presidente della Commissione tecnica paritetica per l’attuazione del federalismo fiscale, «vengono ampiamente rispettati nella legge delega sul federalismo fiscale, una legge bipartisan che è stata votata da ampie parti dell’opposizione. Ciò che ci deve preoccupare della strumentalizzazione da parte della stampa del documento preparatorio, un testo tutt’altro che negativo a proposito del federalismo, è piuttosto il palesarsi di una cattiva informazione. Scrivere in un articolo “I vescovi aprono al federalismo Ma bocciano quello fiscale: «Fallirà»” (dal Corriere della Sera ad Affari Italiani, ndr) è un’assurdità e genera allarmi privi di ogni fondamento». 
Antonini ricorda che nel nostro paese il federalismo, sulla carta, esiste già dalla riforma costituzionale del 2001, ma che non funziona – «pensiamo alle cinque Regioni italiane che sono state “commissariate” sulla sanità» – proprio perché carente di quei «meccanismi di responsabilizzazione che solo il federalismo fiscale può attivare. Solo i processi avviati dalla riforma hanno infatti permesso l’emersione di una situazione latente, mancanza di trasparenza e sacche di illegalità, che avrebbe in fretta danneggiato come un virus tutto il sistema». Il professore cita alcuni esempi emblematici di “federalismo senza federalismo fiscale”, partendo dall’ultima manovra del governo Prodi che ha stanziato 12 miliardi di euro per cinque Regioni in extradeficit sanitario, tra cui la Campania, «dove però oggi la Asl n. 1 di Napoli non riesce a pagare gli stipendi dei dipendenti. Che ne è stato di quel ripiano?», proseguendo con l’assegno di gratifica premiale del 20 per cento ai direttori delle Usl deciso da Loiero come commissario della sanità calabrese, «peccato che nessuno è stato capace di ricostruire la contabilità in quella Regione e si sono dovuti chiudere i tavoli di monitoraggio sulla spesa sanitaria sulla base delle dichiarazioni verbali dei direttori», e concludendo con l’esempio di alcuni ospedali del Sud dove «quanto più è maggiore il disavanzo economico, tanto minore è la qualità e la sicurezza delle cure». 
Una logica perversa che non sarebbe stata eliminata se la riforma del federalismo fiscale non avesse introdotto la categoria del costo standard, «quella categoria dove sono altamente rispettati i principi di solidarietà ed eguaglianza che invocano i cattolici», e la prospettiva del superamento del finanziamento in base alla spesa storica, «che senza il rispetto di tali principi finiva per pesare sulle tasche di tutti gli italiani, non solo quelli di una regione, tutti. E sono solo alcuni esempi che raccontano la situazione in cui ha versato l’Italia negli ultimi anni, situazione che non può non preoccupare il cittadino, politico, elettore o cattolico che sia».
Il rimedio a tutto questo, a quei 50,6 miliardi di euro di sprechi citati da Luca Ricolfi ne Il sacco del Nord e sui quali si esercitano circoli di illegalità, si chiama, appunto federalismo fiscale. Un sistema che, chiarisce Antonini riferendosi alle preoccupazioni circa il pluralismo dei servizi sollevate nel documento, proprio a partire dalla scelta di un meccanismo di perequazione, previsto non in base alla capacità fiscale bensì al costo standard «colpisce gli sprechi e non va a combattere i servizi». 
Molto dipenderà dai decreti di attuazione, è vero, e dal periodo che verrà dato alle regioni meno efficienti per rientrare in parametri di normalità, «ma i principi delineati dalla legge sono forti e chiari e adempiono ampiamente alle istanze sollevate dal documento. Il federalismo fiscale è innanzitutto una grande educazione alla responsabilità, un intervento di razionalizzazione della spesa pubblica e di modernizzazione necessario. Non attuarlo significherebbe incancrenire il sistema in una forma finta di federalismo, pieno di deficit e svuotato di ogni responsabilità e dunque di contenuto». Niente a che vedere dunque l’operazione di confusione orchestrata dai giornali, «noi – conclude Antonini – stiamo giocando a carte scoperte».


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3 maggio 2010

Per cominciare ad essere un paese normale bisogna ripartire da Piazzale Loreto

In Italia può capitare anche questo. Che ci si senta orgogliosi di appartenere a un paese, che nonostante l’oggettiva decadenza culturale e sociale che sta attraversando, riesce ancora a non dimenticare le sue antiche radici europee e occidentali. E’ il sentimento che ho provato leggendo il ‘commento’ di Stefania Craxi, Un 25 aprile coraggioso cancella l’oltraggio al Duce, pubblicato su Libero il 28 aprile u.s.

La degna figlia di Bettino ha avanzato una proposta civile che, se accolta, chiuderebbe per sempre l’interminabile ‘querelle’ sul fascismo, le sue colpe, i suoi eredi etc. «Trascorso il 65esimo anniversario della Liberazione - ha scritto -  non vi è stato nessuno, nel panorama politico e istituzionale della Nazione, ad aver avuto il coraggio politico e l’onestà intellettuale di compiere un gesto simbolico e importante volto a restituire agli italiani la verità della loro storia: recarsi a piazzale Loreto per un atto di cancellazione dell’atroce oltraggio inflitto al cadavere di Benito Mussolini».

Un caloroso invito al beau geste motivato da un’etica politica di elevato profilo, purtroppo non riscontrabile né nella classe politica, né (tanto meno) in quella intellettuale: «Potrebbe apparire una provocazione, eppure piazzale Loreto era e resta, con tutti i suoi significati, il simbolo incancellabile di un’epoca e del suo sanguinoso epilogo, teatro non di una, ma di due tragedie dolorose e terribili. L’eccidio di quindici martiri antifascisti, fucilati contro una staccionata di legno, una mattina d’agosto del 1944 da militi della Repubblica Sociale; le barbarie inflitte dalla folla nell’aprile del 1945 ai cadaveri di Benito Mussolini e Claretta Petacci, dei fucilati di Dongo e l’esecuzione infine di Achille Starace, ex segretario del Pnf, fucilato sul posto, dopo un processo sommario, dai partigiani antifascisti, sotto il macabro scenario dei cadaveri appesi per i piedi alla tettoia di un distributore di benzina. La conclusione della storia del fascismo e del sistema politico autoritario con il quale Mussolini governò l’Italia anche se si avvalse in un certo periodo di un sostegno popolare diffuso, specie in quelli che uno storico ha chiamato gli ‘anni del consenso’ e che sfociò poi disastrosamente nel capitolo dell’avventurismo coloniale, dell’alleanza con il nazismo e nella tragedia della seconda guerra mondiale».

«La storia - ha fatto rilevare ancora Stefania Craxi - non può in nessun caso essere tagliata in comparti separati tra loro: ecco il motivo per cui sarebbe stato opportuno chiudere con un gesto spettacolare, recarsi a piazzale Loreto. Seguendo un motivo e un’ispirazione di umanità e di pietà, rivolti alla memoria tanto di chi, già cadavere, subì in quella piazza un insulto inumano e barbaro, quanto di chi, a pochi metri di distanza, aveva perso la propria vita a causa di una generosa lotta per la libertà».

La nostra  sottosegretaria agli Esteri, va detto (ed è suo merito) ha dato voce a un disagio profondo che albergava, da più di mezzo secolo, nelle case di tutte le famiglie perbene. Sono cresciuto in un ambiente socialista dell’Italia centro-meridionale: mio padre aveva votato Repubblica al referendum e Saragat dopo la scissione di Palazzo Barberini ma, in seguito, aveva scelto il PSI di Nenni, anche se non ne prese mai la tessera. Ebbene quando si rievocava Piazzale Loreto nel volto dei miei si dipingeva un senso di orrore e di condanna senza appello per lo scempio dei cadaveri. Non si sapeva  allora - lo avrei saputo più tardi da Renzo De Felice - che gli autori di tale nefandezza non furono i partigiani ma il popolino inferocito che strappò ad essi i corpi di Mussolini e della Petacci per farne oggetto di macabro dileggio. «Ultimi Barbarorum!» aveva definito Baruch Spinoza un analogo episodio di belluina lotta politica accaduto nell’Olanda di tre secoli prima.

Certo una delle due vittime era l’uomo che aveva coinvolto l’Italia nella guerra più disastrosa della sua breve storia unitaria, che si era alleato col più ripugnante regime totalitario del suo tempo, che aveva sottoscritto le vergognose leggi razziali, che aveva sospeso e poi soppresso le libertà statutarie e quanto rimaneva del Parlamento di Cavour e di Minghetti. Bisognava avere, però, il coraggio morale di riconoscere, a voce alta, che nulla giustificava, sul piano etico, un sì «codardo oltraggio» e che, compiendolo, ci si poneva sullo stesso piano del vinto, con in più l’aggravante maramaldesca. Forse i fascisti non avrebbero trattato in modo troppo diverso i corpi di Parri e di Pertini se fossero caduti nelle loro mani ma proprio per questo è imperdonabile quel che è accaduto (ed è ancora più imperdonabile, se è vero, quanto disse uno dei maggiori filosofi politici italiani ad uno studente di destra che, all’Università di Torino, gli aveva rivolto una domanda: «Con voi abbiamo già fatto i conti a Piazzale Loreto!»).

A una radioascoltatrice che chiedeva a George Orwell perché gli inglesi non riservavano ai prigionieri di guerra tedeschi lo stesso trattamento che i tedeschi riservavano ai prigionieri di guerra inglesi, lo scrittore rispose seccamente:«Perché noi siamo superiori!». «Noblesse oblige» dicevano gli antichi, ben consapevoli che il ‘galateo’ è civiltà.

«Essere partigiani non è scontato - ha scritto, sul blog Fuori Corso Italia, uno dei pochi intervenuti a sinistra, che non abbia reagito col turpiloquio alla ‘provocazione’ della Craxi, Giuliana Sias - non è banale, non era l'unica scelta possibile. Chi l'ha compiuta, ha avuto il coraggio di compierla, si è assunto la responsabilità di compierla. Che questo coraggio e questa responsabilità comportino anche atti di estrema violenza, non occorre negarlo. Soprattutto in vista di altre Resistenze, in vista della necessità di scegliere altri modi, in vista di un genere umano che guarda al futuro, forte della consapevolezza del suo passato.».

Giuliana Sias, sembra  dimenticare quanto scriveva Simone Weil: che la «Giustizia fugge dal campo dei vincitori» (Quaderni, III, trad. di G. Gaeta, Adelphi, Milano 1988, p. 158). Per non perdere il rispetto di noi stessi, oltreché per cautelarci per il futuro, bisogna che non ci siano eserciti vittoriosi che sporcano, con i loro «atti di estrema violenza», le bandiere per le quali hanno combattuto e rischiato la vita e che - ed è la loro colpa peggiore -  comportandosi come orde assetate di sangue generano il dubbio, nelle giovani generazioni, che i loro nemici potessero avere ragione nell’odiarli tanto. Un condottiero mite e generoso come Giuseppe Garibaldi non avrebbe esitato un istante a far fucilare la ‘camicia rossa’ che, disobbedendo ai suoi ordini, si fosse macchiata di delitti contro la popolazione civile. Ma le donne marocchinate di Esperia hanno invano atteso un gesto di pentimento o di semplice ‘rammarico’ da parte del maresciallo Alphonse Juin che, nel 1944, aveva indirizzato alle truppe coloniali il famigerato proclama. «Soldati! Questa volta non è solo la libertà delle vostre terre che vi offro se vincerete questa battaglia. Alle spalle del nemico vi sono donne, case, c’è un vino tra i migliori del mondo, c’è dell’oro. Tutto ciò sarà vostro se vincerete. Dovrete uccidere i tedeschi fino all’ultimo uomo e passare ad ogni costo. Quello che vi ho detto e promesso mantengo. Per cinquanta ore sarete i padroni assoluti di ciò che troverete al di là del nemico. Nessuno vi punirà per ciò che farete, nessuno vi chiederà conto di ciò che prenderete». Diremo anche qui, con rassegnazione, «à la guerre comme à la guerre»?. E dicendolo riusciremo davvero a reprimere un senso di colpa e di vergogna?

Se è vero che soprattutto per la legge di guerra vale il monito «dura lex, sed lex» è altrettanto vero che a distinguere l’uomo civile dal barbaro è la capacità di tenere la violenza sotto controllo. Una capacità di cui i governi e i comandi alleati non diedero  sempre prova come testimoniarono le rovine di Monte Cassino - il monastero fondato dal Patrono dell’Europa, monumento della Cristianità occidentale  -  ma ancor più il bombardamento atomico di Hiroshima e di Nagasaki nonché quello ‘tradizionale’ di  Dresda. L’orrore dell’olocausto nucleare giapponese pesa ancora sulla coscienza dell’umanità civile ma non meno spaventoso è il destino riservato alla Firenze sassone: una  potenza di fuoco equivalente a 9 kilotoni di TNT, dello stesso ordine di quella della bomba atomica su Hiroshima (12,5 KT), rase completamente al suolo il centro storico della città  facendo strage di civili (tra le 18.000 e le 25.000 vittime).

Il  ‘controllo della violenza’ è cosa ben diversa da quel pacifismo, pur nobilissimo, che il grande Akira Kurosawa elevava a sublime poesia nel film ‘Rashomon’ (1950). Ne costituisce una riprova l’intervento di Karl R. Popper nel dibattito sulla bomba atomica, che gli diede  l’occasione di distinguere il realismo liberale sia dall’ideologia della non violenza sia dal fanatismo guerrafondaio dei Dr. Stranamore. In uno scritto del 1988 - riportato ora inDopo la società aperta, a cura di Dario Antiseri, Ed. Armando 2009 - il filosofo, ricordando le circostanze che avevano condotto alla decisione di porre fine alla guerra del Pacifico con un tremendo dispiegamento di potenza militare, si chiedeva «Cosa si sarebbe dovuto fare? Credo che la risposta sia chiara. C’era una terribile guerra in corso, e la bomba doveva essere usata nella speranza di porvi fine. Ma essa avrebbe dovuto essere usata su un obiettivo che fosse chiaramente e unicamente un obiettivo militare. Questo era richiesto sia della leggi di guerra che dall’etica; era richiesto dall’umanità». Hiroshima e Nagasaki «erano prevalentemente città civili; e l’uso di un’arma di una potenza senza precedenti avrebbe potuto e dovuto essere evitata su tali città. Fu un grande errore, un errore morale». Il dibattito tra gli scienziati, invece, si svolse «in termini di ‘sì’o ‘no’: sganciare la bomba o non sganciarla. Se questo è corretto, allora anche questo fu un errore: fu uno scontro di ideologie anziché di legalità e della sua forza morale». Il male, la distruzione, la morte sono talora inevitabili ma la ragione non è affatto esonerata dal «contenerne» l’inevitabile irruzione sui campi di battaglia.

E’ superfluo far rilevare che un conto è la violenza di chi si batte sotto le insegne di Satana, un conto ben diverso è la violenza di chi difende la  ‘giusta causa’. A distinguerle con un taglio netto sono i risultati dell’agire e la loro desiderabilità in base ai nostri standard di valore. La sconfitta totale del Giappone trasformò i sudditi del Figlio del Sole in cittadini, pose le basi della democrazia liberale in un paese segnato dall’etica e dalla cultura feudale e mise gli ‘sconfitti’ in grado di diventare una delle superpotenze industriali del pianeta. Il bilancio finale, tuttavia, non può essere redatto solo in termini di crescita economica e di libere istituzioni politiche: il vero trionfo dell’etica della ‘società aperta’, infatti, non sta in un traguardo civile pur significativo ma nella disposizione a riconoscere i propri errori e a farne ammenda. Nel capolavoro di Ingmar Bergman, Il posto delle fragole (1957), il vecchio Professore Isak Borg ha un incubo: sogna di essere sottoposto a una prova d’esame e di trovarsi impreparato dinanzi alla domanda decisiva per l’esercizio della professione: «qual è il primo dovere di un medico»; ignora che la risposta giusta è :«chiedere perdono!». Sennonché è proprio in questo saper «chiedere perdono» il segno della ‘civiltà superiore’ rivendicata da Orwell: dal perdono che Teodosio nel 393 implorò, umilmente prostrato ai piedi del vescovo di Milano Ambrogio, per la strage di Tessalonica  alle scuse che il libero Parlamento inglese rivolse all’esule Giuseppe Mazzini, vittima del governo di Sua Maestà britannica che aveva violato la sua corrispondenza privata.

Per converso, l’incapacità del taliban «antifascista» di riconoscere l’«eccesso» è ciò che lo rende antropologicamente «fascista». E’ il caso dell’anonimo genovese del Blog ‘Il Russo. Libero, laico, resistente’, che, rivolgendosi alla parlamentare Stefania Craxi ‘figlia del noto latitante’, così motiva il suo pellegrinaggio a Piazzale Loreto e vomita il suo j’accuse:«Per cancellare qualcosa? No, affatto, bensì per maledire l'animaccia infame di quell'essere schifoso e lurido che ha portato i suoi simili in Italia a umiliare, esiliare, stuprare, uccidere, deportare nei campi di concentramento chi non era una merda fascista. Si signora Craxi, io passo ogni anno il 25 aprile in piazzale Loreto proprio per non cancellare e per convincermi che, anche se molto ma molto raramente, i tiranni fanno la fine che meritano».

Nei commenti all’articolo della ‘figlia del latitante’ non colpiscono però le intemperanze della ‘canaille’ - la stessa che, dimentica della  full immersion nelle ‘folle oceaniche plaudenti al Duce, ne sottrasse il cadavere ai partigiani reduci da Giulino di Mezzegra - quanto le reazioni viscerali dei politici e degli intellettuali militanti. «Solo a un rappresentante di un siffatto governo può venire in mente una cosa simile - ha dichiarato Pino Sgobio, dell'ufficio politico del Pdci - Federazione della sinistra. La storia non si tira per la giacca per tornaconti di convenienza. Con la storia e il revisionismo non si scherza e chi lo fa si assume responsabilità, soprattutto nei confronti delle future generazioni, che fanno il paio con le atrocità compiute da quel regime fascista che ora qualcuno vorrebbe riabilitare per ignobili pacificazioni.». E ancora più drastico il commento di Ignazio Marino, capogruppo del PD a Palazzo Marino: «Una bestialità!». Antonio Pizzinato, presidente dell’ANPI lombarda, dal canto suo, non s’è risparmiata l’accusa rivolta alla Craxi di voler «mettere sullo stesso piano chi ha lottato per la libertà e chi invece ha combattuto per negarla e opprimerla». Il ritornello, come si vede, è sempre lo stesso: ricorreva ieri nella criminalizzazione di Renzo de Felice, reo di aver tradito lo spirito della Costituzione e dell’antifascismo, ricorre oggi contro Giampaolo Pansa che non distinguerebbe tra chi ci ha riportato la libertà e la democrazia e chi ci aveva asservito all’invasore nazista.

In realtà, non c’è una sola dichiarazione dei tre diversissimi personaggi citati che autorizzi la presunta (assurda) assimilazione di fascismo e antifascismo, di dittatura e di democrazia. Ciò che urta, anzi ‘brucia, nella posizione ‘revisionista’ (quella seria, beninteso) non è il mancato riconoscimento che «la Repubblica democratica» si fonda sui «principi di libertà, di solidarietà e di rispetto umano» (sono parole della Craxi) ma l’invito a rileggere la storia «non dimenticando nulla di tanti aspetti controversi, delle contraddizioni, dei lati più oscuri, delle generosità e delle viltà degli uomini, dei valori diversi nei quali essi credevano, delle infamie cui molti si erano persi». Un invito del genere, infatti, non solo potrebbe attivare atteggiamenti di «pietà per i nostri carnefici» ma, altresì, impegnarci a un serio esame di coscienza nazionale, a una riflessione, finalmente serena e non priva di misurata indulgenza, sul contributo e sulle responsabilità che tanti italiani (in modo diverso) hanno dato alla nascita del regime. E’ bene, invece, che a «chiedere perdono» siano solo quanti  stavano dalla parte sbagliata – e i loro pretesi ‘difensori’ – e che le responsabilità dei tanti che hanno spianato ad essi la strada – anche sputando in faccia ai reduci della Grande Guerra, come ricorda il grande storico antifascista, Federico Chabod, in Italia contemporanea – vengano cancellate dalle urla isteriche dei «no pasaràn».



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