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25 aprile 2010

Liberazione dalla mistificazione

Anziché la storia s’è a lungo raccontata la leggenda, con il risultato che, a sessantacinque anni dal 25 aprile 1945, ancora si può litigare cancellando la realtà. Furono le truppe statunitensi o la Resistenza a liberare l’Italia dal fascismo e dall’occupazione nazista, ponendo fine alla seconda guerra mondiale e consentendo la nascita della Repubblica e l’avvento della democrazia? Questione oziosa ed insulsa, che, però, nasconde un problema di ben più grande rilevanza: è la Resistenza, quindi l’antifascismo italiano, la radice della nostra Costituzione, con ciò significando che la nostra libertà ha natura nazionale, o furono le condizioni internazionali a consentirci da uscire dalla guerra civile entrando nel paradiso delle democrazie occidentali? La mia risposta è questa: la nostra democrazia, la nostra libertà, nascono fra il 4 e l’11 febbraio del 1945, quando ancora si moriva sotto le bombe e per mano di eserciti rivali. Questa risposta non riscrive la nostra storia, ma cancella la leggenda.

La liberazione militare dell’Italia si deve alle truppe statunitensi. Portiamo i nostri giovani a visitare gli immensi cimiteri dove ancora giacciono i loro coetanei americani, giunti qui per combattere il nazifascismo. Il fascismo era caduto prima, ma l’occupazione nazista era feroce e non intenzionata a mollare. A quell’esercito di americani, dove molti erano gli originari italiani, dobbiamo la fine dell’orrore. Un ruolo importantissimo lo ebbe la Resistenza, ovvero l’opposizione armata e belligerante d’italiani che si batterono contro il fascismo. Ma non dobbiamo dimenticare due cose, decisive: a. si trattò di una minoranza, in un Paese dilaniato dalla guerra civile; b. fra i resistenti ve ne furono molti che si batterono e persero la vita sperando di trascinare l’Italia da una dittatura all’altra, dal fascismo al comunismo.
I resistenti tutti furono degli eroi, alla loro memoria ancora c’inchiniamo, ma con la loro sola forza staremmo ancora a Piazza Venezia, ad ascoltare Mussolini come i cubani ascoltano Castro.

La falsificazione avvenne immediatamente dopo, quando si chiuse il pozzo di sangue della guerra civile (con molti morti che si devono a vendette che nulla ebbero a che vedere con l’antifascismo). Prese piede una storiografia che puntava a negare che gli italiani fossero stati fascisti, affermando che la Resistenza fu movimento di tutti e che nella Resistenza il ruolo dominante fu svolto dai comunisti. Tre bugie, cui si aggiunse la quarta, determinante: alla Resistenza dobbiamo la Costituzione. Invece no, perché anche i polacchi o gli ungheresi ebbero la resistenza, la rivolta degli uomini liberi contro la dittatura, ma non ebbero né la democrazia né la libertà. La differenza sta nella conferenza di Yalta, terminata, appunto, l’11 febbraio 1945. Qui si divise il mondo, con i vincitori, fra i quali la dittatura sovietica, a dettare le condizioni. Noi siamo stati fortunati, finimmo dalla parte americana. I popoli dell’est Europa furono fra i condannati, finiti dalla parte della dittatura e della fame. La nostra Costituzione fu scritta dai nostri giuristi, l’Assemblea Costituente animata dalle nostre forze politiche, ma nulla di tutto questo sarebbe mai stato possibile se ci fossimo trovati dall’altra parte della cortina di ferro.

Ignorare ciò significa falsificare la storia, costruire sulla bugia e, oltre tutto, offendere quei popoli che non ebbero la nostra fortuna. Nessuno di loro scelse di stare dalla parte dei comunisti, e chi si ribellò a quella sorte dovette vedersela con i carri armati sovietici, sotto i cui cingolati fu massacrata la libertà, e sulla cui torretta gioivano gli stessi politici italiani che, da noi, si millantavano padri della democrazia.


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25 aprile 2010

Sette fratelli Dimenticati. I fratelli Govoni

San Giorgio di Piano è uno di quei grossi paesi agricoli che insieme ad Argelato, Pieve di Cento e San Pietro in Casale s’incontra a circa metà strada fra Bologna e Ferrara.
E’ pianura emiliana che beneficiò funestamente dei primi collaudi socialisti e rivoluzionari. L’odio di classe continua a trovarvi una lussureggiante pastura.
Nell’immediato periodo del dopo-liberazione in questa zona che giuppersù potrebbe essere ampia quanto la pianta di Roma, per intenderci, i «prelevati» sono stati 128. Centoventotto persone che una sera furono portate via dalla loro casa e che mai più hanno fatto ritorno.

Centoventotto.

Fin’ora se ne sono trovati in queste fosse comuni circa una metà. Dell’altra sessantina perfino il mistero della loro morte è cupo.
Nella macabra fossa di Argelato, dunque, sono stati rinvenuti diciassette cadaveri buttati alla rinfusa laggiù con un metro di terra addosso. Di questi, ben sette erano fratelli.

Sono i fratelli Govoni.

La mamma di questi sette figli «prelevati» vive ancora. Ha passato questi ultimi anni nell’angoscia dell’ignoto destino dei suoi figlioli, nella disperazione. Se non fosse venuta incontro la fede a questa povera madre fiaccata dall’enorme lutto, come avrebbe potuto assistere ai funerali senza maledire i colpevoli? Invece ha invocato il Paradiso per le sue creature ammazzate.
Fino a poco tempo fa non usciva di casa. Uscendo, l’avrebbero schernita. La madre dei «prelevati». Un titolo di orrore. C’era perfino chi le canticchiava «bandiera rossa» dietro.
Ma ricostruiamo 1’agonia che l’odio di parte inflisse a questa gente. Di diciassette solo uno porta segni di pallottole. Gli altri hanno tutti ossa spezzate e cranio fracassato. E’ tragico ricostruire gli istanti di quella rabbia inumana e cainitica sull’orlo di questa fossa la notte dell’ll maggio 1945 quando ignoti sedicenti giustizieri hanno torturato codeste persone, picchiandole con bastoni e spaccando alla fine il cranio forse con colpi di ascia.
I sette fratelli Govoni li andarono a prendere uno per uno da casa. Si presentarono alcune persone dal vecchio padre la sera e bussarono alla porta. Giuseppe andò ad aprire e si vide i mitra puntati contro. Marino, Primo, Dino. Perfino l’Ida presero. L’Ida era sposata e stava allattando il figlioletto Sergio. «Venite lo stesso con noi».
Non tornarono più. La mamma, mentre li caricavano sul camion venne fuori con un grosso pane, perchè nel viaggio potessero mangiare un boccone. «E’ un breve viaggetto — avevano assicurato gli uomini col mitra a tracolla — abbiamo solamente bisogno di interrogarli per una informazione». Non tornarono più. Qualche tempo dopo alla madre che disperatamente cercava una pista per onorare almeno il sepolcro dei suoi sette figli dissero tra lo scherno: «Vi occorre, buona donna, un cane da tartufi».
Nella fossa macrabra di Argelato i cadaveri sono ammonticchiati disordinatamente. I carabinieri hanno rovesciato quel metro di terra che copriva tanta disumanità ed hanno intravvisto moncherini legati da filo spinato. Nella solitaria casa dei Govoni è restata solamente l’ultima figliola Maria a consolare la vecchia madre. Maria e il nipotino Sergio che oggi va all’Asilo e non sa che la madre sua la «prelevarono» una sera mentre l’allattava.

Gli altri
Tra gli altri dieci cadaveri sono stati riconosciuti i quattro Bonora, Giovanni Caliceti, Alberto Bonvicini, Guido Mattioli, Guido Paricaldi e Vinicio Testoni.

I quattro Bonora appartengono a tre generazioni: il nonno, il padre, il figlio e un cuginetto. Ivo si chiamava e quando incominciò la guerra giocava ancora a rincorrersi attorno ai pagliai. Li invitarono a presentarsi al comando partigiano per il rinnovo della carta d’identità in quel lontano maggio del 1945. Andarono e da allora ecco qua i loro cadaveri nella fossa macabra di Argelato.

Caliceti quando lo vennero a chiamare da casa, andò tranquillamente, perchè sapeva di non aver fatto niente a nessuno. Male non fare e paura non avere, diceva.

Malaguti, studente del terz’anno di ingegneria ed ufficiale della guerra di liberazione con gli alleati era appena tornato a casa da una settimana. Sparì. La mamma lo cercava affannosamente. Per sei anni il dolore incerto di questa donna è andato vagando dappertutto. Ecco, suo figlio glielo restituisce questa fossa a pochi chilometri dalla sua casa.

Ecco un altro resoconto:

…Si era sparsa, frattanto, tra i partigiani della 2ª brigata Paolo e delle altre formazioni, la voce che stava per incominciare una “bella festa” nel podere del colono Emilio Grazia. Dapprima alla spicciolata, poi sempre più numerosi, i comunisti cominciarono a giungere alla casa colonica dove erano già prigionieri i sette Govoni.

Non è possibile descrivere l’orrendo calvario degli sventurati fratelli. Tutti volevano vederli e, quel che è peggio, tutti volevano picchiarli. Per ore nello stanzone in cui i sette erano stati rinchiusi si svolse una bestiale sarabanda tra urla inumane, grida, imprecazioni. L’indagine condotta dalla Magistratura ha potuto aprire solo uno spiraglio sulla spaventosa verità di quelle ore. La ferrea legge dell’omertà instaurata dai comunisti nelle loro bande ha impedito che si potessero conoscere i nomi di quasi tutti coloro, e che furono decine, che quel pomeriggio seviziarono i fratelli Govoni. Si accertò, quando dopo molti anni furono scoperti i corpi, che quasi tutte le ossa degli uccisi presentavano fratture e incrinature.

Chi erano gli insensati esecutori dei fratelli Govoni e suoi sfortunati compagni?

La risposta: trattasi della famigerata e fantomatica “brigata Paolo”, ignota fino allora, non era probabilmente altro che un gruppo della 7ª GAP (Gruppi d’azione patriottica).

I partigiani della «2ª Brigata Paolo» infierirono con una crudeltà e sadismo veramente inconcepibili su ogni prigioniero.
Ida, la mamma ventenne, che non aveva mai saputo niente di Fascisti o di partigiani, morì tra sevizie orrende, invocando la sua bambina.

Quelli che non morirono tra i tormenti furono strangolati; e quando le urla si spensero definitivamente erano le ore ventitré dell’undici maggio. Avvenne, quindi, tra gli assassini, la ripartizione degli oggetti d’oro in possesso dei prelevati, mentre quelli di scarso o nessun valore furono gettati in un pozzo dove, anni avanti, saranno rinvenuti mentre si svolgeva l’indagine istruttoria.
I corpi delle vittime furono sepolti subito dopo in una fossa anticarro, non molto distante dalla casa colonica.

Per anni interi, sfidando le raffiche dei mitra degli assassini, sempre padroni della situazione, solo i familiari delle vittime cercarono disperatamente di fare luce su quanto fosse accaduto, nella speranza di poter almeno rintracciare i resti dei loro cari, primi fra tutti, i genitori dei fratelli Govoni.
Fu una ricerca estenuante, dolorosissima, ma inutile.

Nessuno volle parlare, nessuno volle aiutarli; molti li cacciarono via in malo modo, coprendoli d’insulti. Ci fu anche chi osò alzare la mano su quella povera vecchia che cercava solo le ossa dei suoi figli.

A Cesare e Caterina Govoni, sopravvissuti al più inumano dei dolori, lo Stato italiano, dopo lunghe esitazioni, decise di corrispondere, per i figli perduti, una pensione di 7.000 lire mensili: 1.000 per ogni figlio assassinato!

Anche se per quest’orrendo crimine ci fu un processo che si concluse con quattro condanne all’ergastolo, la giustizia non poté fare il suo corso perché gli assassini “rossi”, così come in altri casi, furono fatti fuggire oltre cortina e di loro si perse ogni traccia; successivamente, il crimine fu coperto da amnistia!


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18 aprile 2010

La corte di Fini festeggia il divorzio in anticipo in nome dell' "alterità"

Non c’è dubbio che il titolo più azzeccato l’ha fatto il Riformista, laconico e categorico: Fini come Veronica. Si potrebbe anche aggiungere Bossi nella parte di Noemi o di qualche velina, ma forse spingeremmo la metafora troppo oltre.
Ma di questo si tratta e in politica non è insolito: di questioni di carattere, di gelosie, di piccole e grandi ambizioni, di una dose non indifferente di avidità, di un po’ troppa fretta, oltre – ma questo è stato già detto – di quella postura dell’animo chiamato “fighettismo”.

Fosse solo questo però non basterebbe a spiegare l’accelerazione delle ultime settimane verso la rottura tra Fini e Berlusconi. Perché questo intreccio di sentimenti e risentimenti fa parte della miscela umana e politica del loro rapporto sin dal 1994. Non si è mai trattato di un matrimonio d’amore, ma solo e sempre di reciproca convenienza. Con Fini spesso nel ruolo di chi non aveva altra scelta se non quella di piegarsi ad una scomoda ma profittevole unione. Era questa in controluce la vera natura dell’alleanza tra i due, appena pudicamente ricoperta dalla retorica un po’ melensa del “fedele alleato” e del “generoso sdoganatore”. E le cose sono andate avanti con alti e bassi come in tutti i matrimoni ma hanno retto sino ad oggi.

E’ con la nascita del Pdl e con l’ascesa alla presidenza della Camera, che Fini ha deciso di cambiare marcia e l’equilibrio si è rotto. E qui che Fini ha cominciato ad aver fretta, a spazientirsi, a perdere di vista il nocciolo duro dell’alleanza con Berlusconi e in definitiva a mettere in moto gli eventi che hanno portato i due sull’orlo della rottura. L’accelerazione finale l’ha data poi il successo alle regionali della Lega di Bossi (Noemi?), ma sempre di pretesti si tratta.

Spogliato dai legami con il partito di origine e richiuso nei confini del ruolo istituzionale, Fini ha sentito la terra mancargli sotto i piedi e si è buttato in modo confuso e nervoso in una nuova fase politica.

Quel fiorire di fondazioni, di intellò, di consiglieri del principe, di azzardi culturali, di provocazioni intellettuali che oggi molti gli riconoscono come un merito è invece all’origine delle sue attuali difficoltà.

Il motivo è semplice: persi di vista i fondamentali politici che fino ad oggi avevano dettato le regole di una difficile ma pur sempre vincente convivenza (quegli stessi che Ferrara sul Foglio continua ad evocare come ragione per l’indissolubilità del matrimonio col Cav., senza vedere che Fini li ha da tempo sperperati), gli apprendisti stregoni di cui si è circondato si sono lanciati in una spirale di strappi e di polemiche di cui a un certo punto si è perso il controllo. E senza la politica a fare da collante, la mistura personalistica di cui parlavamo all’inizio i suoi funesti cascami hanno preso tutta la scena.

Si può capire: all’improvviso un gruppo di giornalisti, intellettuali, storici, docenti universitari, polemisti di buon calibro ma di scarsa visibilità e influenza, sono stati proiettati nell’empireo della notorietà televisiva, nel lusso delle prime pagine e nel comfort dei salotti buoni, il tutto sotto l’alto e generoso patronato della presidenza della Camera. Sono tutti diventati delle star, coccolati e vezzeggiati per il loro anti-berlusconismo mild, per lo stesso fighettismo in cui la sinistra ha potuto rispecchiarsi, per il tono snob del loro discorso pubblico. E più gliene veniva chiesto e più essi ne fornivano a dosi massicce, presi da un’ebbrezza da successo e da generale obnubilazione.

Fini se n’è servito, poi a tratti se n’è preoccupato, ha cercato di mettere un freno, poi ha accelerato, poi ha messo in piedi Generazione Italia per compensare, poi se n’é dimenticato, alla fine s’è fatto prendere la mano e s’è arrivati al patatrac. Gianfranco Fini, stando almeno ai virgolettati che gli si attribuiscono, parla ormai come Filippo Rossi e l’intero piano nobile di Montecitorio sembra un acquartieramento di Fare Futuro.

Ancora oggi, nella frenesia delle trattative e degli ultimatum, delle diplomazie politiche a lavoro, degli sforzi di ricucitura, sono ancora loro a menare le danze.

Andatevi a leggere l’ultimo editoriale di FFwebmagazine, di tutto si parla meno che di politica. Non ci crederete ma inizia così: “Non sappiamo come andrà a finire lo scontro politico tra Gianfranco Fini e Silvio Berlusconi. E sinceramente poco ce ne importa”. Siamo alla versione pop e ciarliera del “me ne frego”, quello che porta a “cercar la bella morte”, e Fini vi si lascia trascinare.

L’editoriale spiega che nessuno ha capito nulla dei veri motivi per cui Fini e Berlusconi abbiano (“comunque vada a finire”) rotto. E si propone di fornire la vera versione dei fatti. Uno dunque si avventura ansioso nella lettura e cosa trova? Un elenco di parole “in disuso”, un lessico vacuo e bon a tout faire, che dovrebbe portarci al fondo inesplorato della “alterità” tra i due fondatori.

Ve lo riproponiamo per intero: “Sono parole impalbabili. Parole come decoro, come serietà, come integrità, come legalità. Parole come sobrietà. Come stile. E come moderazione. Parole come dialogo e come pacatezza. Parole come altruismo e condivisione. Parole come libertà. E come dignità. E come responsabilità. Parole come partecipazione. E come cultura. Parole, anche, come patria. Parole come Italia. E come rispetto. E parole come democrazia. Come umanità. Come bellezza. Come doveri. E come diritti. Come onestà. E come laicità. E come accoglienza. Come comunità. Come integrazione. Parole come futuro. Come fatica. Come lavoro. Come amore. Come speranza e come prospettiva. Parole come utilità. E come felicità”.

Sono queste dunque le parole dell’universo finiano che portano alla dissoluzione del Pdl. E davanti ad un simile profluvio semantico cosa volete che possa la diplomazia, i pontieri, le considerazioni politiche sul disastro a cui porterebbe la rottura nel centro destra italiano, la tenuta del governo, e (me lo si perdoni) l’interesse del paese?

Dall’altra parte di questo universo illuminato c’è infatti il lato oscuro berlusconiano dove alligna chi “considera il potere una cosa privata, fine a se stessa, senza ideali, senza contenuti, senza obiettivi”. Ovvio che non c’è altro da fare che salutarsi. Viene solo da chiedersi: ma le cose stanno così solo da quando è nata Fare Futuro? Solo loro hanno avuto il coraggio di guardare nell’abisso dell’abiezione berlusconiana e svelarla al mondo intero? Dov’erano i finiani negli ultimi 15 anni, come hanno fatto carriera, come sono saliti al governo e ai vertici delle istituzioni? Con il loro elenco di  “parole impalpabili”?

Dovrei trovare una chiusa a questo post ma preferisco riproporre quella dell’editoriale di Ff, dice tutto da sola. Eccola: “Senza capire questa differenza, nessuno può comprendere quello che succedendo in questi giorni, in queste ore. Senza capire questa alterità, quel che sta succedendo può apparire solo un gioco politico, un gioco di potere. Ma non è così: c’è dell’altro. Molto altro. E tantissimi italiani, a destra come a sinistra, l’hanno capito”.

E voi l’avete capito?


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13 aprile 2010

Caro Gino Strada, adesso hai capito quant'è forcaiolo e razzista il Times

Caro Gino Strada, caro Vauro, cari giornalisti dell’Usigrai e dell’universo politically correct, caro “Popolo Viola”, il brutto pasticcio di Lashkar non è un “complotto” come voi – anche voi! Ma guarda! – sostenete. Ha un altro nome: Nemesi. State provando in queste ore la rabbia, la frustrazione di chi vede persone stimate, o care, addirittura il vostro lavoro, trascinato nel fango dei sospetti, delle insinuazioni, ammorbato da false rivelazioni di autorevolissimi giornali, come il Times, che scrivono falsità, con una superficialità che si accompagna al ghigno forcaiolo e razzista, perché gli accusati sono italiani.

Non è inutile dirvi che per noi Marco Garatti, Matteo Pagani e Matteo Dell’Aira sono innocenti e tali lo saranno, anche se condannati in primo grado – e non ci auguriamo che accada –  sino a sentenza definitiva. Non è inutile dirvi che come sempre – sempre, senza eccezioni –  siamo emotivamente schierati con chi sta in galera, e non con chi – rispondendo al proprio ruolo e alla propria funzione istituzionale, per carità – ce li ha mandati. E così vorremmo fosse per voi (ma in passato ci avete troppo spesso delusi). Non è inutile dirvelo, perché vorremmo che ve ne ricordaste in futuro, quando altri – magari vostri avversari politici – si troveranno nella stessa scomoda posizione dei vostri tre amici che per principio e sino a schiacciante e definitiva prova contraria riteniamo innocenti.

Non è inutile perché, come finalmente avete compreso, quell’esplosivo, quelle armi, quei giubbotti da Kamikaze pare proprio ci fossero in un magazzino dell’ospedale, ma per noi questo non significa nulla, perché non crediamo alla “responsabilità oggettiva” al “non potevano non saperlo”, che ha riempito le sentenze avverse a vostri nemici politici a cui troppo spesso avete brindato. Non è inutile dirvelo perché Allah misericordioso ha fatto sì che gli inquirenti afghani si siano sinora mostrati ben più corretti e saggi di quelli italiani e sinora non è filtrata nessuna telefonata o intercettazione ambientale che pure sono state alla base di quella perquisizione dopo che tutto quanto avveniva nell’ospedale – e che facevano i tre arrestati italiani – è stato monitorato per un mese. Vi è stata risparmiata quindi la gioia dei vostri avversari, dopo che tanto avete gioito in questi anni nell’indignarvi per altre intercettazioni. Non è infine inutile dirvelo perché voi avete portato spesso ad esempio i linciaggi della stampa britannica sui vostri avversari politici  e ora vedete l’ignobile leggerezza di uno dei più autorevoli giornali del mondo come il Times che storpia le parole delle autorità afghane e si inventa una “confessione” che non c’è mai stata.

Infine, ma non per ultimo, vorremmo che invece di gridare al complotto capiste che anche quanto accade in Afghanistan è parte dei rischi che avete preso caratterizzando in maniera politica così forte la vostra Emergency. Parliamoci chiaro, se non da amici, da persone che si rispettano: voi avete fondato Emergency e non avete unito i vostri generosi sforzi a Mèdecins Sans Frontières per una pura motivazione politica. Non c’era nessun bisogno di fare una organizzazione alternativa a Msf – che ha preso il Nobel, non dimentichiamolo, che nasce nell’alveo della gauche francese, non scordiamolo – se non per una discriminate ideologico-politica. Ma qui, barate, cari amici: la parola è proprio questa. Voi continuate a sostenere di “non fare politica”, e parlate di principi e etica. Ma barate, voi fate politica, per la semplice ragione che la politica nasce e cresce attorno proprio al centro del vostro ragionare: la guerra e le sue regole. E non c’è bisogno di scomodare banalmente Von Clausewitz per dimostrarlo.

Avete scelto di intrecciare il vostro ammirevole impegno umanitario con una chiara, netta, ma non ammessa, militanza politica. Le conseguenze di questa vostra scelte sono – purtroppo, anche gli incidenti come Lashkar. Non potete non saperlo e non sarebbe male che ne prendeste atto.
In amicizia (che so non corrisposta): Carlo Panella.


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12 aprile 2010

Travaglio, il garantista che non t'aspetti

Analizzando (e criticando, ça va sans dire) la legge sulle intercettazioni in via d'approvazione e le ipotesi di modifica di cui s'è parlato nei giorni passati, Marco Travaglio ha mostrato una inaspettata vena garantista che davvero, noi indefessi fustigatori del giornalista torinese, non avremmo mai sospettato.
La scoperta  è stata resa possibile dall'ascolto (e dalla letttura della integrale trascrizione) dell'intervento di Travaglio pubblicato sul blog di Beppe Grillo intitolato “Il trionfo del crimine”.

Qui il Nostro afferma: “(secondo la norma in via di approvazione, nda) il magistrato deve astenersi dal suo processo se ha pubblicamente rilasciato dichiarazioni concernenti il procedimento affidatogli e il Procuratore Capo deve sostituire il Pubblico Ministero che risulti iscritto nel registro degli indagati per il reato di rivelazione di segreto di indagine sul suo procedimento. Quindi, il magistrato deve mollare il suo processo o la sua indagine non se è stato condannato per qualche cosa tipo per violazione del segreto: no, se viene indagato, quindi io, imputato in un processo, denuncio il mio PM perché dico che ha violato il segreto; magari non è vero ma il fatto stesso che lui venga indagato sulla base della mia denuncia fa sì che il procuratore debba togliergli l'inchiesta quindi l'indagato potrà liberarsi del PM sgradito e scegliersene uno più gradito”.

Miracolo.
Perfino Travaglio sembra rendersi conto di come la semplice qualità di indagato non costituisca di per sé una condizione sufficiente per la privazione o la semplice restrizione di diritti di qualsiasi genere: e non solo per l'esistenza del principio costituzionale di presunzione di innocenza ma anche perché, in caso contrario, si darebbe la stura a possibili manovre per far fuori un avversario sgradito.

E' quanto, da una vita, affermiamo a proposito della possibilità di candidatura a cariche elettive per soggetti sottoposti a procedimento penale  o perfino a sentenza penale di condanna non definitiva. Ma da una vita invece ascoltiamo Travaglio dire peste e corna degli indagati e degli imputati politicamente sgraditi allo stesso.

E' il caso di Silvio Berlusconi, tanto per fare un esempio, che nonostante risulti a tutt'oggi incensurato, non sembra godere delle medesime garanzie che il censore piemontese pretende per altre categorie.

Un'ultima notazione a proposito della Travagliata dichiarazione in commento che, come al solito, contiene qualche inesattezza e omissione (certamente non volute, intendiamoci) ma che alterano il contenuto della realtà delle cose.

La norma commentata individua due posizioni: quella del giudice e quella del PM. Per  il primo (indicato malamente 'magistrato') vale la regola dell'obbligo di astensione nel caso in cui abbia pubblicamente reso dichiarazioni riguardo al processo affidatogli mentre per  il secondo l'obbligo di sostituzione nel caso in cui risulti iscritto nel registro degli indagati per il reato di rivelazione di segreto di indagine sul suo procedimento.

Sembra dunque sballata l'affermazione secondo cui “il magistrato deve mollare il suo processo o la sua indagine non se è stato condannato per qualche cosa tipo per violazione del segreto”.

Per  il magistrato sono sufficienti dichiarazioni relative al procedimento, per  il PM, invece, l'essere indagato per rivelazione del segreto istruttorio.

Dunque, diversamente da quanto afferma Travaglio, nulla vieterebbe ai PM di perseverare in quella (discutibilissima) pratica della conferenza stampa post arresto.

Seconda osservazione: alla denuncia dell'indagato contro il PM per violazione del segreto al solo fine di liberarsi di un inquirente sgradito, non seguirebbe affatto, come scrive Travaglio, la possibilità di scegliersene “uno più gradito”, essendo la scelta dell'inquirente affidata ad altrà autorità e non certo all'indagato medesimo. E ciò a tacere del fatto che calunniare un PM per ottenerne la sostituzione sarebbe una scelta che provocherebbe conseguenze presumibilmente assai spiacevoli per lo spericolato indagato. E non solo nel procedimento per calunnia che ne seguirebbe ma anche nel processo principale che si intendeva sfilare all'originario Procuratore titolare.

Sono dettagli (forse) ma servono a rendere esplicito un certo modo di fare giornalismo. O propaganda, se si preferisce.


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8 aprile 2010

Se il Partito dei magistrati lavora anche per la Lega

Abbiamo già dato uno sguardo ai risultati elettorali analizzando l’incidenza della strategia politico-elettorale del Partito dei magistrati sul versante dei vari Santoro, Travaglio, Di Pietro, Grillo etc. etc.
Ma occorre fare un accenno anche alla Lega ed agli effetti che questa ondata nichilistico-moralista affiorata in occasione della campagna elettorale appena conclusa ha avuto nei suoi confronti.
Non vi è dubbio che all’origine del formarsi e dei primi successi della Lega vi sia stata la prima ondata di moralismo-giustizialista, quella poi esplosa in Mani Pulite. Una demagogia giustizialista e moralista che ha preso da subito la strada della discriminazione regionale, di una sorta di razzismo interno (terrone=mafioso=ladrone=corrotto). E il movimento di Umberto Bossi, malgrado un’esperienza di governo tutt’altro che deludente, non se ne è mai liberata. Dobbiamo dunque dire che il Partito dei magistrati abbia lavorato anche per la Lega? Il fatto che essa fosse parte essenziale dell’ossatura del Centrodestra che subiva quell’assalto, impedisce una risposta positiva.
Piuttosto il martellante, grottesco assalto alla dirigenza berlusconiana ed a tutta la classe politica, con un’enfatizzazione di ogni inchiesta per reati contro la Pubblica Amministrazione, ha provocato anche nell’elettorato leghista l’accentuazione di atteggiamenti di demagogica, generalizzata sfiducia nei confronti dello Stato unitario, contro Roma Ladrona e la burocrazia terrona.
Quindi l’offensiva del P.d.m. ha lavorato e lavora per l’accentuazione di un atteggiamento della Lega che taluni definiscono “secessionista” ma che meglio sarebbe definire “espulsionista” nei confronti del Sud. Se ne vedranno i riflessi in un prossimo futuro.
A questo punto occorrerebbe parlare della dissennata assenza del Governo e del Parlamento nella determinazione delle strategie antimafia, sciaguratamente lasciate alla responsabilità (che sotto certi profili è e non può non essere, irresponsabilità) della magistratura, cui si è riconosciuto un ruolo che non le compete, che ha esercitato compiendo scelte sbagliate da cui sono derivati (ed ancora deriveranno) effetti deleteri. Parliamo della strategia della “terra bruciata” attorno alla mafia, con una sommaria criminalizzazione di categorie di sospetti e di “contigui”, tali considerando anche molte vittime della criminalità mafiosa (estorti che pagano il pizzo) grazie (si fa per dire) alla creazione da parte dei magistrati del famigerato “concorso esterno” ed altri espedienti non più conformi alle leggi ed al diritto.
Si sono poi, seguendo le “indicazioni” dei magistrati “antimafia”, portate le pene per i reati di mera appartenenza (o presunta tale) “interna” o, grottescamente, “esterna”, alla mafia a livelli di patente disarmonia e sproporzione nel contesto dell’ordinamento penale.
Ma questo comincia ad essere un discorso a parte.
L’esito delle elezioni ha comunque segnato, e questo è l’essenziale, che le considerazioni che precedono, debbono accompagnare, ma non certo far dimenticare o attenuare, una sonora sconfitta per il Partito dei magistrati e per i suoi metodi eversivi, e non solo per i suoi accoliti Santoro, Travaglio, Grillo, Flores etc. etc. ed altri “concorrenti interni ed esterni”. Una sconfitta che l’ha addirittura ridicolizzato, come Beppe Grillo non è mai riuscito a ridicolizzare Berlusconi.
E questo non è certo da dimenticare.
Anche perché ciò segna l’aprirsi di un tempo, non sappiamo quanto lungo, in cui una “contromanovra” efficace è possibile, perché in futuro non si debba contare solo nel buon senso degli elettori, perché non si cada nel caos di una demagogia giustizialista e forcaiola.
Faranno bene a tenerlo presente non solo Berlusconi ed i suoi, ma anche alcuni dei perdenti, sia su quello elettorale che su quello della cattiva alleanza con il P.d.m.
A buon intenditor poche parole.


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5 aprile 2010

Privatizzare la burocrazia

Abbiamo assistito a molte privatizzazioni fatte male, tradottesi in un falò di ricchezza pubblica. La più tragica di tutte, quella di Telecom Italia, è uno scandalo a cielo aperto, che ha arricchito pochi, impoverito tutti e distrutto una grande multinazionale italiana. L’errore comune, in quel tipo di privatizzazioni, è consistito nel mettere in mani private (pessime) il controllo di società che avevano posizioni di monopolio. Siamo stati in grado, insomma, d’inventare le privatizzazioni senza mercato. E non c’è da esserne orgogliosi. Non contenti, abbiamo creato una lunga serie di animali misti, involuzioni genetiche delle vecchie municipalizzate. Abbiamo quotato in Borsa società incaricate di distribuire acqua o energia elettrica, non facendo venire meno il controllo dell’amministrazione locale e non creando una vera competizione di mercato. L’animale misto, come spesso capita, ha, nel suo corredo genetico, i tratti dominanti dei due difetti.
Dopo tali esperienze, me ne rendo conto, non è facile parlare di “privatizzazioni” senza destare sospetti. Per parte mia, però, quegli errori li avevo visti e descritti per tempo. Oltre che inutilmente.
A dispetto di tali premesse, però, credo che ancora sia da compiersi la più grande e promettente delle privatizzazioni, relativa alla burocrazia pubblica. Uscire dall’incubo burocratico, che genera alti costi e bassi rendimenti, è possibile, e si può farlo in fretta, a patto d’essere disponibili ad una vera rivoluzione culturale: si deve privatizzarne la gestione.
Ci sono funzioni che lo Stato non può e non deve delegare, che non può in nessun caso privatizzare, come, ad esempio, l’amministrare la giustizia. Solo lo Stato può garantire (quando ci riesce) l’esistenza di un giudice terzo ed imparziale, che decide secondo la convinzione che s’è fatto. Ma non c’è alcun motivo, culturale o istituzionale, per cui lo Stato non possa delegare la gestione dell’organizzazione pratica, che attorno a quel giudice si muove. Solo lo Stato può trovare, attraverso la fiscalità generale e la spesa pubblica, le risorse per rendere possibile l’esercizio di numerosi presidi medici, senza farli dipendere dalla capacità contributiva di chi chiede un pronto soccorso. Ma non c’è alcun motivo che suggerisca di mantenere in mano pubblica la gestione materiale di quei centri, compresi gli acquisti di farmaci e la gestione del personale. Del resto, cosa c’è di più specifico della funzione relativa alla difesa, quindi al mantenimento operativo delle Forze Armate? Eppure, già oggi, l’aeronautica militare affida a privati estranei la gestione d’alcuni suoi aerei da guerra.
Si tratta, allora, settore per settore, di dividere il cuore della funzione, l’ambito entro il quale non può e non deve entrare il mercato, lasciando, invece, che in tutto il resto non sia l’allontanamento del mercato a favorire lo spreco. Una volta operata questa separazione concettuale, si dovrà affidare a gestori privati tutta la parte amministrativa e logistica. In questo modo, e in poco tempo, si otterrà una riduzione della spesa, un aumento della qualità del servizio e, cosa ancora più importante, il ritorno dello Stato alla sua reale funzione di garante, abbandonando quella di gestore, nella quale non ha dato buona prova di sé.
Faccio un esempio pratico, scegliendo la giustizia, ma avvertendo che vale per ogni altro settore. Le spese di mantenimento del personale, delle sedi, dei sistemi informatici, sono, ogni anno, altissime. Essendo male organizzate, capita che far crescere la spesa non solo non migliora il servizio, ma rischia di aumentare il caos. Si tratta di una posta molto alta, che grandi organizzazioni private, anche multinazionali, sarebbero ben felici di aggiudicarsi. A queste si possono porre tre condizioni: a. il primo anno prendete l’intera posta, il successivo la spesa deve scendere di qualche punto percentuale, per arrivare a contrarsi del 10% in cinque anni; b. il personale in servizio deve essere tutto mantenuto, salvo poterlo gestire secondo criteri di mercato; c. l’affidamento del lavoro avviene dopo la firma di un regolamento di servizio, che stabilisce con precisione gli standard qualitativi, mancando i quali il gestore ne risponde economicamente.
Per favore, magari anche per un solo minuto, provate a non dire che è impossibile, che una cosa simile non passerà mai, che tutte le corporazioni esistenti si ribelleranno, provate ad immaginare i vantaggi: 1. diminuzione progressiva della spesa corrente, il che significa liberazione di risorse per altri investimenti, o per la riduzione del debito e, quindi, degli oneri connessi; 2. lo Stato acquisisce il ruolo di definitore delle regole ed esecutore dei controlli, fungendo da garante del cittadino e del mercato; 3. la qualità del servizio è predefinita e gli errori del gestore divengono penalità economiche, un servizio che non funziona come dovrebbe, quindi, rimarrebbe un danno, ma sarebbe previsto un risarcimento. Nulla di tutto questo è anche solo lontanamente pensabile nel sistema attuale.
Gli effetti indotti da una simile rivoluzione non sono meno interessanti. Assisteremmo ad una reale ristrutturazione dell’intero apparato pubblico, assecondando criteri funzionali miranti a massimizzarne l’efficienza. Potremmo cominciare a misurare non solo la presenza sul posto di lavoro (oggi misuriamo l’assenteismo, e già questo la dice lunga), ma anche la produttività, sulla base di obiettivi e parametri predefiniti. Vedremmo esaltarsi il ruolo statale di garanzia, soppiantando quel simulacro inefficace rappresentato dalle così dette autorità indipendenti. I cittadini si rivolgerebbero alla politica per chiedere scelte d’indirizzo, anziché per degradarsi a clientela e chiedere un ingresso nella pubblica spartizione.
Troppo bello per essere vero? La vedo diversamente: troppo bello per rinunciarci.


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1 aprile 2010

L'acume degli Italiani

Come spesso si dice, ci sono circostanze in cui gli Italiani dimostrano di aver più acume di coloro che li governano. E anche di coloro che in queste ore, a sinistra, stanno cercando di farsi una ragione dell’accaduto senza avere la minima percezione dell’ambiente e del quadro generale in cui siamo vissuti nell’ultimo anno. È stato un susseguirsi di attacchi dallo scarsissimo contenuto politico, per lo più fatti partire da bande giudiziarie spesso in lotta fra loro e intente a danneggiare gli "amici" degli altri, o da conventicole giornalistiche: e poi fatti gonfiare a valanga in un crescendo degno di Don Bartolo. Alla fine, spesso, fra le macerie della convivenza civile non resta nulla altro che qualche pagina di rotocalco di gossip, e le accuse si sciolgono come la neve al sole. Ma hanno ottenuto comunque il loro effetto, calcolato con precisione millimetrica nell’imminenza di questo o di quell’appuntamento elettorale.

Si dirà che, appunto, siamo ormai arrivati ad una situazione tale per cui le diverse fazioni militanti in magistratura colpiscono a destra e a manca, e operano con metodi e procedure del tutto analoghi verso entrambi i fronti politici: basti ricordare i classici casi di Del Turco, di Trani, le indagini a tappeto originate dalle solite telefonate origliate, e che pur portando spesso nomi esotici (e vagamente impropri per un’inchiesta giudiziaria), finiscono nel nulla. Si dirà che dunque non è il solo Berlusconi ad essere oggetto di scientifici progetti persecutori. Ma in tal caso bisognerebbe essere conseguenti: se il perseguitato non è Berlusconi, lo è l’intero popolo italiano, con la giustizia lumaca, la politicizzazione, le messe sotto indagine a orologeria, le spiate generalizzate, le sentenze strampalate, le prese di posizione arroganti, la loquacità indebita, il protagonismo e la brama di apparire con nome e cognome anche quando si ricopre una carica ed una funzione pubblica e in qualche modo impersonale, come la Giustizia. E tutto questo è stato preordinato da soggetti che anche dall’interno della Magistratura hanno pubblicamente perorato la necessità di usare la legge per cambiare la società e i "rapporti di classe", da politici che hanno sostenuto simili aberrazioni e chi se ne è fatto vessillifero, da opportunisti irresponsabili che hanno applaudito di fronte a teoremi la cui infondatezza, alla fine, si è per lo più manifestata a tutti: da Tortora ad Andreotti e oltre…

Insomma, questo clima ha padri e madri, deriva da una serie di scelte precise e di decisioni irresponsabili, e non possiamo accusarne le vittime di strillare troppo e di non lasciarsi massacrare in silenzio, come vorrebbero alcune vestali della democrazia.

Questo è il clima, e questo è, a mio avviso, il primo fattore che ha determinato la sconfitta delle Sinistre perfino nel campo che tradizionalmente è a loro più favorevole: quello delle amministrative, in una fase per giunta di crisi profonda, di disoccupazione, di preoccupazione generale. È un voto contro questa concezione cinica e sostanzialmente leninista della politica, contro chi non ha alcuna remora morale nella battaglia contro il "nemico", contro chi ritiene che la vittoria possa essere ottenuta anche a costo di devastare la società italiana, di barbarizzarla, di farla dipendente da trasmissioni sempre più incolte, sempre più incivili e mancanti di senso del diritto: come quelle che vengono passate per trasmissioni di "approfondimento", e che in realtà approfondiscono una cosa sola: il fossato di odio fra gli Italiani. Gli Italiani – quelli che in numero sempre più alto hanno dimostrato di avere acume – hanno detto basta prima di tutto a questo. Non ne possono più. Finché l’opposizione non saprà aprire gli occhi e guardare alla realtà con occhi meno manichei e meno ideologici, non servirà molto aspettarli per fare le riforme insieme: sarebbe tempo perso per tutti.


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29 dicembre 2010 La fine dell'anno La fine dell'anno è arrivata. Il primo decennio del  XXI secolo si è concluso. Ho riascoltato i discorsi di fine anno dei nostri Presidenti della Repubblica. Qualcuno leggeva altri andavano a memoria. Gli argomenti? Disoccupazione, emigrazione, terrorismo, studenti, assassini comuni e politici.  la costanza di tali elementi  mi è ... (continua) Leggi tutto

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