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29 giugno 2010

Le vestali dalla cattiva memoria

Scorrendo in questi giorni i blog italiani, si leggono spesso commenti che la "stampa libera" di carta si guarda bene dal fare. Al centro di questa polemica, ma ben protetta da un sistema di regime assolutamente sicuro, è la presidenza della Repubblica: la quale sarebbe ancora una volta – e non certo solo con questo presidente – ampiamente esondata rispetto alle proprie competenze ed ai propri poteri. L'ultima occasione di scandalo – se di scandalo si può parlare anche quando la "libera stampa" se ne sta zitta – è l'intervento seguito alla dichiarazione di Brancher, poi opportunamente rimangiata, circa la sua intenzione di avvalersi del "legittimo impedimento".

A questo proposito, poco rileva il fatto che Brancher sia stato nominato dal presidente della Repubblica, come prevede la legge. Inutile cercare contraddizioni dove non ce ne sono: l'uscita improvvida di Brancher è successiva, e allo stato dei fatti sarebbe stato del tutto incomprensibile il rifiuto non motivato della firma da parte di Napolitano. No, quel che conta è ciò che è venuto dopo: la dichiarazione fatta uscire dal palazzo del Quirinale in merito alla insostenibilità del legittimo impedimento da parte di un ministro senza portafoglio: un'osservazione che, ancor prima che bislacca e poco sensata, è davvero una forma di invasione di campo grave, seguita a molti altri comportamenti che, se sono legittimati e quasi obbligati dalla scarsa efficienza e capacità legislativa delle nostre Camere e della Maggioranza, non fanno che confermare, viste in prospettiva, una deriva presidenzialista. Una deriva assai strana, per giunta, in una veste di repubblica parlamentare, e senza il conforto dell'elezione diretta del titolare della carica. Insomma, è un pasticcio che ci costerà caro in termini di chiarezza e di velocità nella ricostruzione del Paese.

Tutto questo si svolge nel silenzio tombale della maggior parte della carta stampata, con un costituzionalista del calibro di Di Pietro sulle barricate in difesa del Quirinale, e con tutto il Pd, sia pure con tentennamenti e con qualche rossore da parte dei più avveduti, impegnato nella difesa a corpo morto della Costituzione nata dalla Resistenza – sui cui pregi e difetti abbiamo già avuto occasione di esprimerci altrove. Le vestali della Costituzione – che poi sono i soli che l'hanno cambiata, male, con la "riforma regionale" – tuonano ogni giorno contro chi vorrebbe rivederne almeno le parti meno attuali, la elevano a fulcro immutabile della vita civile e politica italiana, ed affidano proprio al presidente della Repubblica il ruolo di garantirne l'osservanza. Ma su questo punto abbiamo già scritto abbastanza. Qualcosa resta invece da dire sulle vestali postcomuniste dalla memoria corta.

Chi non ricorda le dimissioni di Giovanni Leone, sotto gli attacchi furiosi di comunisti e radicali – i primi furono estensori della mozione con la richiesta di ritiro anzitempo? A dir la verità, le mille accuse di cui era fatto oggetto si sciolsero poi come neve al sole, i figli (ma non lui, al quale fu impedito) ottennero finalmente di poter chiedere giustizia a un tribunale, che stabilì un'ingente pena pecuniaria ai diffamatori; e venti anni dopo, quando all'anziano leader democristiano fu dedicato nel '98 un convegno a Palazzo Giustiniani in Roma, Pannella e la Bonino si scusarono pubblicamente ammettendo di aver sbagliato. Non così i comunisti, anche se alla celebrazione furono presenti alcuni dirigenti del partito. Ma intanto, venti anni prima il colpo era riuscito, ed uno dei presidenti della Repubblica noto per essere stato un ligio osservatore delle norme e delle sue competenze, ma non filocomunista, era stato fatto fuori.

E chi non ricorda la guerra condotta senza esclusione di colpi condotta contro un altro leader democristiano, Francesco Cossiga? Anche lui, pur militando nella sinistra democristiana, si dovette dimettere sotto la pressione comunista, due mesi prima del termine, mentre le polemiche infuriavano e le maggiori forze politiche (soprattutto l'unico partito reduce intatto da Mani pulite) sembravano non rendersi conto della necessità di profondo rinnovamento dopo la caduta del Muro di Berlino.

A volte ricordare fa bene: le prospettive si aggiustano, e le critiche – che la stampa stampata non osa formulare – acquistano legittimità proprio per i due pesanti precedenti messi in atto dall'allora Pci: proprio da coloro che oggi indossano la tunica delle vestali e salmodiano versetti della Costituzione.


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