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30 maggio 2010

la dittatura dei giornali di sinsitra

Santoro milionario; Concita De Gregorio a Ballarò con scarpe da 1000 euro mentre parla di povertà; la crisi dei quotidiani e i tagli nei confronti dell’editoria. Le star dell’informazione sono le prime a cadere vittima del loro moralismo: ossimori viventi, Ciceroni e Caligola nel tempo stesso. Qual è il futuro dell’informazione, mentre si discute di intercettazioni?
Partiamo da quest’ultimo punto. Luca Ricolfi su Panorama certifica che le intercettazioni in Italia sono notevolmente più alte che altrove. E’ giusto che i giornalisti non subiscano processi per la pubblicazione di notizie riservate, ma in quale altro paese si assiste alla continua violazione del segreto istruttorio? Il problema principale resta questo, al di là dei nuovi limiti sulla durata delle intercettazioni (75 giorni). Il ministro Alfano ha ribadito che - al di là del mezzo telefonico - sono utilizzabili tutti gli altri metodi di indagine, dai pedinamenti alle irruzioni ai sequestri. La stampa ufficiale però ha parlato di “bavaglio”, salvo poi tacere sulle alternative: il suo scopo non dichiarato è sollevare scandali, per vendere copie. Ma ciò finisce per assegnarle un ruolo politico pesantissimo.  La stampa mainstream come centro della morale. Nel 2006 la rivista Aspenia (diretta da Marta Dassù e Lucia Annunziata) ha ospitato un dibattito sui media, introdotto da un saggio di Robert B. Kaplan, titolato Media-Evo. Secondo Kaplan, in una società dominata dall’informazione i politici sono più deboli, mentre i giornali diventano sempre più autoritari: "C'è un nuovo tipo di tirannia, quello dei media, che sta alzando la testa. E' esercitata da una massa d'urto che fa paura: non elettiva, non controllabile, passa da un linciaggio all'altro... Non può mai essere nel torto perché si dichiara al servizio dei deboli e degli oppressi, ed è qui il suo potere di opprimere".  Kaplan individua nel 1968 la time-line dopo la quale i mezzi di comunicazione hanno cominciato a rivestire il ruolo di santificatori. Citando Samuel Huntington, Kaplan scrive che dopo la rivoluzione pop "l'arroganza del potere venne sostituita dall'arroganza della morale [il giustizialismo, opposto dell’etica, ndr]". I media cominciarono ad agire in competizione diretta con i politici, "la segretezza divenne sinonimo di male, e il concetto di denuncia venne elevato a principio". I media “missionari” sostituiscono la fede e l'etica laica con una morale universalista che scimmiotta il papato del Medio Evo e sostituisce la filosofia politica con la cronaca machiavellica. La continua gogna mediatica è la risultante del nuovo totalitarismo. Un discorso simile fu affrontato da André Gluksmann nel libro “Occidente contro Occidente”, ai tempi di Saddam in Iraq, quando i media lasciavano intendere che era preferibile la dittatura alla guerra, e imposero il termine “invasione” al posto di “liberazione”. Ci fu anche chi preferiva mantenere le stragi di musulmani bosniaci al mercato di Sarajevo, piuttosto che fermare la Serbia. Risalendo fino al periodo dell’euromarxismo si può ricordare il motto asinino degli intellettuali francesi: “Meglio avere torto con Sartre che ragione con Raymond Aron” (in riferimento all’amore delle élites francesi nei confronti dell’Unione Sovietica). Indubbiamente il totalitarismo moralista ha delle tracce di verità, finché la corruzione generalizzata resta un problema da risolvere. Tuttavia il giustizialismo e la gogna mediatica sono l’opposto dell’etica e della libertà. Scriveva Aristotele nell’Etica Nicomachea (9:30): 

Il fine della scienza politica è il più elevato; essa infatti ha come sua massima cura il rendere i cittadini dotati di qualità, buoni e praticanti il bene”.

Il giustizialismo si fonda sulla ricerca della propria identità politica smarrita, una ricerca basata  sull’individuazione di un nemico. Al contrario l’Etica non considera nemici tutti i diversi da sé e ha il vantaggio di essere l’unico denominatore comune possibile tra ciò che appare inconciliabile: religione, laicità, scienza, diritti civili, genetica. La jacquerie giustizialista pertanto può contribuire a rinviare il fallimento di certa stampa grazie all’applicazione del gossip scandalistico alla politica, ma con ciò impone anche il rinvio sine die di una nuova civilizzazione fondata sui princìpi dell’etica e del sapere.  Le società divise crollano Arnold Toynbee, descrivendo come crollano le civiltà, ricordava la stagnazione di quasi due secoli che riguardò l’antica Roma, quando la “Plebe riuscì a stabilire un permanente antistato completo di istituti, assemblee, funzionari. …Solo nel 287 a.C. l’arte politica riuscì a venire a capo di questa enormità costituzionale fondendo stato e antistato in un’operante unità politica”. Dopo altri due secoli di grande espansione le carriere “violente e fallite dei Gracchi aprirono una seconda stasi (131-31 a.C). Questa volta, dopo un altro secolo di autolesionismo, lo stato romano si assoggettò a una dittatura perpetua”. Le società moderne europee sono anche più esposte alla stagnazione sociale, dal momento che in esse operano contemporaneamente e in direzioni opposte non solo i rappresentanti della popolazione e delle sue culture e stratificazioni, ma anche chi gestisce le informazioni, a volte come Cicerone, a volte come un Goebbels, più cinico, perché mascherato da Sant’Ignazio.

Crisi dei quotidiani: iPad o contenuti?
Il web diffonde immediatamente una notizia. Quando il cittadino ascolta il tg serale, già la conosce. Prima di andare a letto, potrà averne seguìto i dettagli sui talk show. Se l'indomani compra un giornale dopo aver avuto gli aggiornamenti alla radio, e la ritrova in prima pagina, non la legge nemmeno. Quello per lui è un foglio bianco.
E' un problema enorme, per la carta stampata, arrivare ultima nel fornire la notizia, e infatti il mercato pubblicitario si sposta verso internet e la telefonia. Gli ultimi dati diffusi sulla vendita dei principali quotidiani confermano il crollo (vedere qui).
L’ultima salvezza sembra essere l’iPad della Apple, sul quale si sono già lanciati i principali giornali italiani. Ciò può ovviare al ritardo rispetto all’informazione sul web creando un supermedium, a patto che l’aggiornamento delle notizie sia davvero continuo e creativo.

La malattia è il cinismo
Il problema principale è quello dei miseri contenuti degli articoli e della liberazione dell’informazione dal machiavellismo politico mascherato. La stampa è schiava di cinismo. Gli esempi sono infiniti: si prenda il caso della frase di Mussolini riferita da Berlusconi in sede di riunione Ocse. La citazione del dittatore non era casuale, se presa nell’accezione corretta: “Se persino un tiranno diceva di non aver controllo sulla gestione dello Stato, difficilmente un premier riuscirà a modificare il mercato, che è indipendente dal potere, in una democrazia”. Il presidente del Consiglio in effetti doveva esprimere con chiarezza questo contenuto, ed ha bisogno di migliori e più smaliziati consiglieri. Tuttavia il rovesciamento di questa frase compiuto dalla stampa “mainstream” ha del fenomenale, dal momento che ha finito per presentare Berlusconi come un seguace di Mussolini. Eppure il desposta Hugo Chavez, che avrebbe affermato di ispirarsi a Lenin, Castro e Mussolini, venne abbracciato in Parlamento dalle sinistre e lodato come un san Francesco al Festival del cinema di Venezia, senza che si levasse nemmeno un indignato battito di ciglia.



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