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3 maggio 2010

Per cominciare ad essere un paese normale bisogna ripartire da Piazzale Loreto

In Italia può capitare anche questo. Che ci si senta orgogliosi di appartenere a un paese, che nonostante l’oggettiva decadenza culturale e sociale che sta attraversando, riesce ancora a non dimenticare le sue antiche radici europee e occidentali. E’ il sentimento che ho provato leggendo il ‘commento’ di Stefania Craxi, Un 25 aprile coraggioso cancella l’oltraggio al Duce, pubblicato su Libero il 28 aprile u.s.

La degna figlia di Bettino ha avanzato una proposta civile che, se accolta, chiuderebbe per sempre l’interminabile ‘querelle’ sul fascismo, le sue colpe, i suoi eredi etc. «Trascorso il 65esimo anniversario della Liberazione - ha scritto -  non vi è stato nessuno, nel panorama politico e istituzionale della Nazione, ad aver avuto il coraggio politico e l’onestà intellettuale di compiere un gesto simbolico e importante volto a restituire agli italiani la verità della loro storia: recarsi a piazzale Loreto per un atto di cancellazione dell’atroce oltraggio inflitto al cadavere di Benito Mussolini».

Un caloroso invito al beau geste motivato da un’etica politica di elevato profilo, purtroppo non riscontrabile né nella classe politica, né (tanto meno) in quella intellettuale: «Potrebbe apparire una provocazione, eppure piazzale Loreto era e resta, con tutti i suoi significati, il simbolo incancellabile di un’epoca e del suo sanguinoso epilogo, teatro non di una, ma di due tragedie dolorose e terribili. L’eccidio di quindici martiri antifascisti, fucilati contro una staccionata di legno, una mattina d’agosto del 1944 da militi della Repubblica Sociale; le barbarie inflitte dalla folla nell’aprile del 1945 ai cadaveri di Benito Mussolini e Claretta Petacci, dei fucilati di Dongo e l’esecuzione infine di Achille Starace, ex segretario del Pnf, fucilato sul posto, dopo un processo sommario, dai partigiani antifascisti, sotto il macabro scenario dei cadaveri appesi per i piedi alla tettoia di un distributore di benzina. La conclusione della storia del fascismo e del sistema politico autoritario con il quale Mussolini governò l’Italia anche se si avvalse in un certo periodo di un sostegno popolare diffuso, specie in quelli che uno storico ha chiamato gli ‘anni del consenso’ e che sfociò poi disastrosamente nel capitolo dell’avventurismo coloniale, dell’alleanza con il nazismo e nella tragedia della seconda guerra mondiale».

«La storia - ha fatto rilevare ancora Stefania Craxi - non può in nessun caso essere tagliata in comparti separati tra loro: ecco il motivo per cui sarebbe stato opportuno chiudere con un gesto spettacolare, recarsi a piazzale Loreto. Seguendo un motivo e un’ispirazione di umanità e di pietà, rivolti alla memoria tanto di chi, già cadavere, subì in quella piazza un insulto inumano e barbaro, quanto di chi, a pochi metri di distanza, aveva perso la propria vita a causa di una generosa lotta per la libertà».

La nostra  sottosegretaria agli Esteri, va detto (ed è suo merito) ha dato voce a un disagio profondo che albergava, da più di mezzo secolo, nelle case di tutte le famiglie perbene. Sono cresciuto in un ambiente socialista dell’Italia centro-meridionale: mio padre aveva votato Repubblica al referendum e Saragat dopo la scissione di Palazzo Barberini ma, in seguito, aveva scelto il PSI di Nenni, anche se non ne prese mai la tessera. Ebbene quando si rievocava Piazzale Loreto nel volto dei miei si dipingeva un senso di orrore e di condanna senza appello per lo scempio dei cadaveri. Non si sapeva  allora - lo avrei saputo più tardi da Renzo De Felice - che gli autori di tale nefandezza non furono i partigiani ma il popolino inferocito che strappò ad essi i corpi di Mussolini e della Petacci per farne oggetto di macabro dileggio. «Ultimi Barbarorum!» aveva definito Baruch Spinoza un analogo episodio di belluina lotta politica accaduto nell’Olanda di tre secoli prima.

Certo una delle due vittime era l’uomo che aveva coinvolto l’Italia nella guerra più disastrosa della sua breve storia unitaria, che si era alleato col più ripugnante regime totalitario del suo tempo, che aveva sottoscritto le vergognose leggi razziali, che aveva sospeso e poi soppresso le libertà statutarie e quanto rimaneva del Parlamento di Cavour e di Minghetti. Bisognava avere, però, il coraggio morale di riconoscere, a voce alta, che nulla giustificava, sul piano etico, un sì «codardo oltraggio» e che, compiendolo, ci si poneva sullo stesso piano del vinto, con in più l’aggravante maramaldesca. Forse i fascisti non avrebbero trattato in modo troppo diverso i corpi di Parri e di Pertini se fossero caduti nelle loro mani ma proprio per questo è imperdonabile quel che è accaduto (ed è ancora più imperdonabile, se è vero, quanto disse uno dei maggiori filosofi politici italiani ad uno studente di destra che, all’Università di Torino, gli aveva rivolto una domanda: «Con voi abbiamo già fatto i conti a Piazzale Loreto!»).

A una radioascoltatrice che chiedeva a George Orwell perché gli inglesi non riservavano ai prigionieri di guerra tedeschi lo stesso trattamento che i tedeschi riservavano ai prigionieri di guerra inglesi, lo scrittore rispose seccamente:«Perché noi siamo superiori!». «Noblesse oblige» dicevano gli antichi, ben consapevoli che il ‘galateo’ è civiltà.

«Essere partigiani non è scontato - ha scritto, sul blog Fuori Corso Italia, uno dei pochi intervenuti a sinistra, che non abbia reagito col turpiloquio alla ‘provocazione’ della Craxi, Giuliana Sias - non è banale, non era l'unica scelta possibile. Chi l'ha compiuta, ha avuto il coraggio di compierla, si è assunto la responsabilità di compierla. Che questo coraggio e questa responsabilità comportino anche atti di estrema violenza, non occorre negarlo. Soprattutto in vista di altre Resistenze, in vista della necessità di scegliere altri modi, in vista di un genere umano che guarda al futuro, forte della consapevolezza del suo passato.».

Giuliana Sias, sembra  dimenticare quanto scriveva Simone Weil: che la «Giustizia fugge dal campo dei vincitori» (Quaderni, III, trad. di G. Gaeta, Adelphi, Milano 1988, p. 158). Per non perdere il rispetto di noi stessi, oltreché per cautelarci per il futuro, bisogna che non ci siano eserciti vittoriosi che sporcano, con i loro «atti di estrema violenza», le bandiere per le quali hanno combattuto e rischiato la vita e che - ed è la loro colpa peggiore -  comportandosi come orde assetate di sangue generano il dubbio, nelle giovani generazioni, che i loro nemici potessero avere ragione nell’odiarli tanto. Un condottiero mite e generoso come Giuseppe Garibaldi non avrebbe esitato un istante a far fucilare la ‘camicia rossa’ che, disobbedendo ai suoi ordini, si fosse macchiata di delitti contro la popolazione civile. Ma le donne marocchinate di Esperia hanno invano atteso un gesto di pentimento o di semplice ‘rammarico’ da parte del maresciallo Alphonse Juin che, nel 1944, aveva indirizzato alle truppe coloniali il famigerato proclama. «Soldati! Questa volta non è solo la libertà delle vostre terre che vi offro se vincerete questa battaglia. Alle spalle del nemico vi sono donne, case, c’è un vino tra i migliori del mondo, c’è dell’oro. Tutto ciò sarà vostro se vincerete. Dovrete uccidere i tedeschi fino all’ultimo uomo e passare ad ogni costo. Quello che vi ho detto e promesso mantengo. Per cinquanta ore sarete i padroni assoluti di ciò che troverete al di là del nemico. Nessuno vi punirà per ciò che farete, nessuno vi chiederà conto di ciò che prenderete». Diremo anche qui, con rassegnazione, «à la guerre comme à la guerre»?. E dicendolo riusciremo davvero a reprimere un senso di colpa e di vergogna?

Se è vero che soprattutto per la legge di guerra vale il monito «dura lex, sed lex» è altrettanto vero che a distinguere l’uomo civile dal barbaro è la capacità di tenere la violenza sotto controllo. Una capacità di cui i governi e i comandi alleati non diedero  sempre prova come testimoniarono le rovine di Monte Cassino - il monastero fondato dal Patrono dell’Europa, monumento della Cristianità occidentale  -  ma ancor più il bombardamento atomico di Hiroshima e di Nagasaki nonché quello ‘tradizionale’ di  Dresda. L’orrore dell’olocausto nucleare giapponese pesa ancora sulla coscienza dell’umanità civile ma non meno spaventoso è il destino riservato alla Firenze sassone: una  potenza di fuoco equivalente a 9 kilotoni di TNT, dello stesso ordine di quella della bomba atomica su Hiroshima (12,5 KT), rase completamente al suolo il centro storico della città  facendo strage di civili (tra le 18.000 e le 25.000 vittime).

Il  ‘controllo della violenza’ è cosa ben diversa da quel pacifismo, pur nobilissimo, che il grande Akira Kurosawa elevava a sublime poesia nel film ‘Rashomon’ (1950). Ne costituisce una riprova l’intervento di Karl R. Popper nel dibattito sulla bomba atomica, che gli diede  l’occasione di distinguere il realismo liberale sia dall’ideologia della non violenza sia dal fanatismo guerrafondaio dei Dr. Stranamore. In uno scritto del 1988 - riportato ora inDopo la società aperta, a cura di Dario Antiseri, Ed. Armando 2009 - il filosofo, ricordando le circostanze che avevano condotto alla decisione di porre fine alla guerra del Pacifico con un tremendo dispiegamento di potenza militare, si chiedeva «Cosa si sarebbe dovuto fare? Credo che la risposta sia chiara. C’era una terribile guerra in corso, e la bomba doveva essere usata nella speranza di porvi fine. Ma essa avrebbe dovuto essere usata su un obiettivo che fosse chiaramente e unicamente un obiettivo militare. Questo era richiesto sia della leggi di guerra che dall’etica; era richiesto dall’umanità». Hiroshima e Nagasaki «erano prevalentemente città civili; e l’uso di un’arma di una potenza senza precedenti avrebbe potuto e dovuto essere evitata su tali città. Fu un grande errore, un errore morale». Il dibattito tra gli scienziati, invece, si svolse «in termini di ‘sì’o ‘no’: sganciare la bomba o non sganciarla. Se questo è corretto, allora anche questo fu un errore: fu uno scontro di ideologie anziché di legalità e della sua forza morale». Il male, la distruzione, la morte sono talora inevitabili ma la ragione non è affatto esonerata dal «contenerne» l’inevitabile irruzione sui campi di battaglia.

E’ superfluo far rilevare che un conto è la violenza di chi si batte sotto le insegne di Satana, un conto ben diverso è la violenza di chi difende la  ‘giusta causa’. A distinguerle con un taglio netto sono i risultati dell’agire e la loro desiderabilità in base ai nostri standard di valore. La sconfitta totale del Giappone trasformò i sudditi del Figlio del Sole in cittadini, pose le basi della democrazia liberale in un paese segnato dall’etica e dalla cultura feudale e mise gli ‘sconfitti’ in grado di diventare una delle superpotenze industriali del pianeta. Il bilancio finale, tuttavia, non può essere redatto solo in termini di crescita economica e di libere istituzioni politiche: il vero trionfo dell’etica della ‘società aperta’, infatti, non sta in un traguardo civile pur significativo ma nella disposizione a riconoscere i propri errori e a farne ammenda. Nel capolavoro di Ingmar Bergman, Il posto delle fragole (1957), il vecchio Professore Isak Borg ha un incubo: sogna di essere sottoposto a una prova d’esame e di trovarsi impreparato dinanzi alla domanda decisiva per l’esercizio della professione: «qual è il primo dovere di un medico»; ignora che la risposta giusta è :«chiedere perdono!». Sennonché è proprio in questo saper «chiedere perdono» il segno della ‘civiltà superiore’ rivendicata da Orwell: dal perdono che Teodosio nel 393 implorò, umilmente prostrato ai piedi del vescovo di Milano Ambrogio, per la strage di Tessalonica  alle scuse che il libero Parlamento inglese rivolse all’esule Giuseppe Mazzini, vittima del governo di Sua Maestà britannica che aveva violato la sua corrispondenza privata.

Per converso, l’incapacità del taliban «antifascista» di riconoscere l’«eccesso» è ciò che lo rende antropologicamente «fascista». E’ il caso dell’anonimo genovese del Blog ‘Il Russo. Libero, laico, resistente’, che, rivolgendosi alla parlamentare Stefania Craxi ‘figlia del noto latitante’, così motiva il suo pellegrinaggio a Piazzale Loreto e vomita il suo j’accuse:«Per cancellare qualcosa? No, affatto, bensì per maledire l'animaccia infame di quell'essere schifoso e lurido che ha portato i suoi simili in Italia a umiliare, esiliare, stuprare, uccidere, deportare nei campi di concentramento chi non era una merda fascista. Si signora Craxi, io passo ogni anno il 25 aprile in piazzale Loreto proprio per non cancellare e per convincermi che, anche se molto ma molto raramente, i tiranni fanno la fine che meritano».

Nei commenti all’articolo della ‘figlia del latitante’ non colpiscono però le intemperanze della ‘canaille’ - la stessa che, dimentica della  full immersion nelle ‘folle oceaniche plaudenti al Duce, ne sottrasse il cadavere ai partigiani reduci da Giulino di Mezzegra - quanto le reazioni viscerali dei politici e degli intellettuali militanti. «Solo a un rappresentante di un siffatto governo può venire in mente una cosa simile - ha dichiarato Pino Sgobio, dell'ufficio politico del Pdci - Federazione della sinistra. La storia non si tira per la giacca per tornaconti di convenienza. Con la storia e il revisionismo non si scherza e chi lo fa si assume responsabilità, soprattutto nei confronti delle future generazioni, che fanno il paio con le atrocità compiute da quel regime fascista che ora qualcuno vorrebbe riabilitare per ignobili pacificazioni.». E ancora più drastico il commento di Ignazio Marino, capogruppo del PD a Palazzo Marino: «Una bestialità!». Antonio Pizzinato, presidente dell’ANPI lombarda, dal canto suo, non s’è risparmiata l’accusa rivolta alla Craxi di voler «mettere sullo stesso piano chi ha lottato per la libertà e chi invece ha combattuto per negarla e opprimerla». Il ritornello, come si vede, è sempre lo stesso: ricorreva ieri nella criminalizzazione di Renzo de Felice, reo di aver tradito lo spirito della Costituzione e dell’antifascismo, ricorre oggi contro Giampaolo Pansa che non distinguerebbe tra chi ci ha riportato la libertà e la democrazia e chi ci aveva asservito all’invasore nazista.

In realtà, non c’è una sola dichiarazione dei tre diversissimi personaggi citati che autorizzi la presunta (assurda) assimilazione di fascismo e antifascismo, di dittatura e di democrazia. Ciò che urta, anzi ‘brucia, nella posizione ‘revisionista’ (quella seria, beninteso) non è il mancato riconoscimento che «la Repubblica democratica» si fonda sui «principi di libertà, di solidarietà e di rispetto umano» (sono parole della Craxi) ma l’invito a rileggere la storia «non dimenticando nulla di tanti aspetti controversi, delle contraddizioni, dei lati più oscuri, delle generosità e delle viltà degli uomini, dei valori diversi nei quali essi credevano, delle infamie cui molti si erano persi». Un invito del genere, infatti, non solo potrebbe attivare atteggiamenti di «pietà per i nostri carnefici» ma, altresì, impegnarci a un serio esame di coscienza nazionale, a una riflessione, finalmente serena e non priva di misurata indulgenza, sul contributo e sulle responsabilità che tanti italiani (in modo diverso) hanno dato alla nascita del regime. E’ bene, invece, che a «chiedere perdono» siano solo quanti  stavano dalla parte sbagliata – e i loro pretesi ‘difensori’ – e che le responsabilità dei tanti che hanno spianato ad essi la strada – anche sputando in faccia ai reduci della Grande Guerra, come ricorda il grande storico antifascista, Federico Chabod, in Italia contemporanea – vengano cancellate dalle urla isteriche dei «no pasaràn».



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