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17 luglio 2010

Bersani ti serve una cartina toponomastica

La sinistra deve fare vedere ai compagni mica che c’ha una banca, ma che ha le palle! Quella intercettazione telefonica in cui Fassino è stato sorpreso ad urlare tutto entusiasta: "ma allora abbiamo una banca!!!….", è stato il superamento di ogni confine di degrado etico possibile ed immaginabile, è stato il sorpasso del presente rispetto al passato, è stato il tuffo nell’ignoto che ha lasciato dietro a sè milioni di militanti sconcertati e smarriti: che ancor oggi vagano nel nulla. Dopo una roba così Fassino avrebbe dovuto essere epurato dal partito, ma mica perché aveva commesso reati od illeciti, quanto perché con quella frase ha messo in vetrina e di fronte al mondo intero che la sinistra si nutre e banchetta con le stesse posate, con le stesse tovaglie, al medesimo desco e con le medesime pietanze della destra. Doveva essere epurato, espulso con disonore e mandato a purgare la vergogna per 5 anni nelle steppe russe, a recuperare un pò dell’anima del passato…ed invece nulla, a dimostrazione del fatto che Fassino non era un caso, ma che è un caso tutto il partito. Bersani e Franceschini quando parlano, non devono parlare come se 5 minuti prima avessero fatto una donazione di sangue, ma essere nerboruti: "Compagni! Abbiamo ritrovato le palle!!!". E magari Nanni Moretti ci farebbe persino un film sopra. Ecco di cosa ha bisogno Bersani e la sinistra: di una cartina toponomastica, per capire da dove sono venuti e dove stanno andando. Sono venuti dalla Festa dell’Unità e adesso a quale festa vanno?


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9 luglio 2010

Disprezzare i berlusconiani

Nell’Italia il discrimine fondamentale non è tra destra e sinistra, è tra berlusconiani e antiberlusconiani. Poco meno della metà degli italiani è convinta che Berlusconi è animato dalle più spregevoli intenzioni e provoca solo disastri; i rimanenti pensano che, quali che possano essere i demeriti del Cavaliere, i suoi avversari sono peggiori di lui. Le due comunità non comunicano, a meno che non si considerino messaggi le cannonate, i missili e, più banalmente, gli insulti.

Tutto questo psicologicamente rimonta a parecchio tempo addietro.
Gli italiani del dopoguerra non erano appassionati di politica. Sapevano che fascismo e monarchia li avevano condotti al disastro e dunque erano antifascisti e democratici. Per il resto, dal momento che il Duce in economia era stato sostanzialmente liberale, o al massimo socialdemocratico (l’Iri fu una sua creazione), non si aspettavano e non desideravano novità, se non un maggiore benessere. Erano tendenzialmente qualunquisti o, ad essere ottimisti, pragmatici.
Il Pci invece non desiderava mantenere il modello in atto. Lo vedeva come un regime liberale in salsa democratica piuttosto che fascista e vagheggiava al contrario il modello marxista: la statalizzazione della produzione, l’abolizione del plusvalore, il proletariato al governo, il distacco dagli Stati Uniti filistei e l’adesione all’U.r.s.s., nel segno di una palingenesi totale.
Malauguratamente, vivendo in un Paese dalla stampa libera, gli italiani sapevano benissimo le conseguenze concrete di quel tipo di regime dovunque si fosse tentato di applicarlo. Per conseguenza volevano soltanto impedire che i comunisti, andando al governo, potessero fare in Italia quello che avevano fatto in Cecoslovacchia.
Questa frattura degli spiriti si trasfuse in due atteggiamenti psicologici diversi. I comunisti reputavano il resto degli italiani spregevoli: senza idee chiare; senza coraggio; senza ideali; senza cultura; senza sensibilità sociale per i più poveri; per loro, a parte pochi sinceri credenti (i liberali erano quantité négligeable), la Dc era sostenuta o da chi ne traeva vantaggio o da chi aveva semplicemente paura dei comunisti. Infine, dagli Anni Sessanta in poi, a questo partito dette manforte il Psi, peggiorandone i difetti.
In Italia c’era un solo partito veramente politico, il Pci, e i non comunisti (il termine “anticomunisti” era una bestemmia) si sentivano nel mirino. Erano condannati in partenza e rischiavano continuamente di essere trattati da fascisti. Per questo, pur sapendosi maggioranza, trattavano gli avversari con intimo fastidio ma sempre con prudenza, perché in sostanza ne avevano paura. Nessuno osava affrontarli di petto. Quando Indro Montanelli lo fece sembrò che tirasse la barba al Papa.
I comunisti erano sempre minoranza nelle urne e maggioranza dovunque si aprisse la bocca per parlare. Essi ne derivarono l’illusione che, dovunque, i presenti la pensassero come loro. Tant’è che non si chiedevano mai - nemmeno per elementare cortesia - se non stessero offendendo le opinioni altrui: del resto, perché avere remore? Loro avevano indubbiamente ragione, sempre e comunque.
Col tempo si sono avute forme di consociativismo e dunque di minore contrapposizione, ma nel 1994 la comparsa di Berlusconi ha azzerato tutto. Gli ex comunisti si sono visti inopinatamente rigettare in una posizione di autentica opposizione e per questo, con tutta la boria dei vecchi togliattiani, hanno riesumato l’armamentario del primo Pci: noi abbiamo idee, voi solo interessi; noi siamo onesti, voi siete disonesti; noi siamo colti, voi siete ignoranti; noi siamo i migliori, voi siete i peggiori. I berlusconiani da parte loro sono semplicemente risoluti a impedirgli di andare al governo non per salvaguardare, come al tempo di Togliatti, la loro appartenenza alle democrazie, ma perché reputano la sinistra dannosa per l’Italia. Naturalmente fanno tutto ciò in silenzio, come i democristiani di tanto tempo fa. E come un tempo non si trovava nessuno che votasse Dc - e tuttavia la Dc vinceva tutte le elezioni - ora non c’è nessuno a favore di Berlusconi ma lui vince continuamente.
Gli antiberlusconiani dovrebbero rendersi conto che quando esprimono il loro disprezzo per i “berluscones”, e credono che il silenzio dell’uditorio certifichi il loro trionfo, hanno solo ottenuto che molti, compatendoli in cuor loro, li sopportino cristianamente.
Bisogna consentire ai perdenti nati di raccontarsi storie consolatorie. E magari di dichiarare che il vincitore ha barato.

giannipardo@libero.it


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4 luglio 2010

Riforme in Italia?

Ma l'Italia è riformabile? Il quesito non è certo nuovo, se è vero che di grandi riforme si parla ormai da più di 30 anni, da quando la nostra democrazia, nata piuttosto gracile sulla base di un compromesso lungo il muro di Jalta, ha cominciato a mostrare i limiti di un accordo e di una carta costituzionale che esprimeva i tempi durissimi del dopoguerra. Ma in questo trentennio ad errore abbiamo aggiunto errore, lungi dal riorientare il Paese verso un equilibrato e regolare treno di vita. Abbiamo costruito una società consociativa senza formalizzare la natura giuridica dei sindacati – come prevede la stessa Costituzione –, e lasciando che il diritto di sciopero scavalcasse quasi sempre i mille diritti che ogni sciopero regolarmente lede. Abbiamo cercato di sviluppare il sistema industriale italiano, ed abbiamo creato una grande industria parassitaria e legata a doppio filo al pubblico potere.  Abbiamo voluto abbandonare il vecchio ma in fondo collaudato sistema formativo per costruire una scuola di massa che danneggia prima di tutto proprio la massa. Abbiamo difeso a oltranza il decoro e il prestigio della giustizia, riconoscendole anche sul piano delle retribuzioni uno status di tutto rispetto, e abbiamo ottenuto una sorta di corporazione di mandarini che in nome della propria indipendenza fa impunemente politica e motiva le proprie nuove rivendicazioni salariali con la difesa della libertà. Ci siamo riempiti la bocca di repubblica parlamentare, e stiamo finendo per svuotare il barocchissimo sistema bicamerale perfetto di ogni residua autorità e incisività, grazie anche all'incapacità di rivedere i ruoli delle due camere, e a un sistema di selezione del personale politico che manifesta ogni giorno la propria inadeguatezza. Siamo perfino riusciti, sull'onda delle più sciocche e becere manifestazioni di populismo giustizialista, a scassare il vecchio e glorioso istituto dell'immunità parlamentare…

Insomma, negli ultimi trent'anni ogni tentativo di riforma, per mancanza di idee serie e organiche, e di prospettive forti e in qualche modo condivise, ha finito per appesantire la situazione e per rendere più difficile uscirne. Da ultimo, nella confusione generale abbiamo lasciato che figure che un tempo dovevano giocare un ruolo di garanzia si buttino a corpo morto nella politica politicante: e così il presidente della Camera fa il capo dell'opposizione, commentando e esprimendo le proprie valutazioni personali sull'attività e sulle scelte parlamentari; mentre il capo dello Stato sta diventando, contro ogni regola, una sorta di controparte del Governo e della Maggioranza: con molti commentatori che invocano lo stato di necessità e di crisi generale di maggioranza e opposizione per giustificare e a volte per encomiare servilmente queste improvvide esondazioni, che finiscono di scardinare quel poco che resta delle regole democratiche.

Così, questi trent'anni sono serviti per parlare di semplificazioni nei discorsi e nei programmi, ma per ingarbugliare in maniera quasi insolubile – nella prassi politica – la matassa del lungo filo che dovrebbe portare alla modernizzazione. Come mai? Probabilmente, alla base di tutto sta l'equivoco che ha mosso per decenni, e ancora in parte muove, le sinistre lanciate nella conquista di nuovi spazi e di nuovi diritti. Le quali, se si escludono le forze riformiste odiate ed esecrate come traditrici e socialfasciste, non furono mai in grado di distinguere fra lotta allo Stato – ritenuto non riformabile – e lotta alla "classe". Il che, in questa forma e a questo livello, rimane un fatto tipico del nostro Paese, o se vogliamo anche di altri non certo avanzati sul piano della cultura politica, come la Grecia. Significativo da questo punto di vista un esempio che vien da lontano: nell'imminenza della Grande Guerra, i massimi partiti socialdemocratici europei abbandonarono, fra discussioni e dubbi, la loro dimensione "internazionale e proletaria", per votare, ciascuno per il proprio Paese, i crediti di guerra. A ragione o a torto, quale che fosse la causa da difendere, l'interesse nazionale veniva prima di tutti gli altri, lotta di classe compresa. Eccezione di rilievo, la sinistra italiana.

Così ancor oggi si continua – come rileva oggi Giacalone – a usare il semplice sospetto di mafia come un bastone per abbattere l'avversario nella sua immagine nazionale e internazionale, e mettere in dubbio la solidità economica e finanziaria del Paese, al di là e ben di più di quanto facciano le sinistre dei Paesi vicini; a combattere non per, ma contro il Paese nel suo complesso, nell'illusione di essere in grado, un giorno e dopo il crollo, di assumerne saldamente – e magari inamovibilmente – la guida illuminata e di pilotarne la palingenesi, malgrado la decadenza e la degenerazione intervenuta dell'intera classe dirigente.

Insomma, sembra che paghiamo ancora oggi il carattere massimalista e implicitamente arretrato di gran parte della nostra Sinistra, che mai riuscì a digerire e ad ammettere coralmente e ufficialmente il riformismo, e nemmeno a riconoscersi completamente in esso anche quando la forza delle cose li indusse – occasionalmente – a comportarsi come tali.

Insomma, riformare l'Italia è un po' come guidare un carro tirato da due somari in direzioni opposte. Ma in fondo, per chi abbia un po' meditato sulle esperienze del passato, proprio queste sono le situazioni che portano alla morte della democrazia ed alla instaurazione di regimi autoritari. Altro che Berlusconi, che in fondo oggi appare fin troppo debole e vittima di una anarchia crescente, che confonde e rende impotenti ruoli e poteri, e di un Paese che resta inguaribilmente diviso in due, vittima di una sinistra ancora ancorata a miti ed a tecniche di aggressione politica del secolo scorso.


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29 giugno 2010

Le vestali dalla cattiva memoria

Scorrendo in questi giorni i blog italiani, si leggono spesso commenti che la "stampa libera" di carta si guarda bene dal fare. Al centro di questa polemica, ma ben protetta da un sistema di regime assolutamente sicuro, è la presidenza della Repubblica: la quale sarebbe ancora una volta – e non certo solo con questo presidente – ampiamente esondata rispetto alle proprie competenze ed ai propri poteri. L'ultima occasione di scandalo – se di scandalo si può parlare anche quando la "libera stampa" se ne sta zitta – è l'intervento seguito alla dichiarazione di Brancher, poi opportunamente rimangiata, circa la sua intenzione di avvalersi del "legittimo impedimento".

A questo proposito, poco rileva il fatto che Brancher sia stato nominato dal presidente della Repubblica, come prevede la legge. Inutile cercare contraddizioni dove non ce ne sono: l'uscita improvvida di Brancher è successiva, e allo stato dei fatti sarebbe stato del tutto incomprensibile il rifiuto non motivato della firma da parte di Napolitano. No, quel che conta è ciò che è venuto dopo: la dichiarazione fatta uscire dal palazzo del Quirinale in merito alla insostenibilità del legittimo impedimento da parte di un ministro senza portafoglio: un'osservazione che, ancor prima che bislacca e poco sensata, è davvero una forma di invasione di campo grave, seguita a molti altri comportamenti che, se sono legittimati e quasi obbligati dalla scarsa efficienza e capacità legislativa delle nostre Camere e della Maggioranza, non fanno che confermare, viste in prospettiva, una deriva presidenzialista. Una deriva assai strana, per giunta, in una veste di repubblica parlamentare, e senza il conforto dell'elezione diretta del titolare della carica. Insomma, è un pasticcio che ci costerà caro in termini di chiarezza e di velocità nella ricostruzione del Paese.

Tutto questo si svolge nel silenzio tombale della maggior parte della carta stampata, con un costituzionalista del calibro di Di Pietro sulle barricate in difesa del Quirinale, e con tutto il Pd, sia pure con tentennamenti e con qualche rossore da parte dei più avveduti, impegnato nella difesa a corpo morto della Costituzione nata dalla Resistenza – sui cui pregi e difetti abbiamo già avuto occasione di esprimerci altrove. Le vestali della Costituzione – che poi sono i soli che l'hanno cambiata, male, con la "riforma regionale" – tuonano ogni giorno contro chi vorrebbe rivederne almeno le parti meno attuali, la elevano a fulcro immutabile della vita civile e politica italiana, ed affidano proprio al presidente della Repubblica il ruolo di garantirne l'osservanza. Ma su questo punto abbiamo già scritto abbastanza. Qualcosa resta invece da dire sulle vestali postcomuniste dalla memoria corta.

Chi non ricorda le dimissioni di Giovanni Leone, sotto gli attacchi furiosi di comunisti e radicali – i primi furono estensori della mozione con la richiesta di ritiro anzitempo? A dir la verità, le mille accuse di cui era fatto oggetto si sciolsero poi come neve al sole, i figli (ma non lui, al quale fu impedito) ottennero finalmente di poter chiedere giustizia a un tribunale, che stabilì un'ingente pena pecuniaria ai diffamatori; e venti anni dopo, quando all'anziano leader democristiano fu dedicato nel '98 un convegno a Palazzo Giustiniani in Roma, Pannella e la Bonino si scusarono pubblicamente ammettendo di aver sbagliato. Non così i comunisti, anche se alla celebrazione furono presenti alcuni dirigenti del partito. Ma intanto, venti anni prima il colpo era riuscito, ed uno dei presidenti della Repubblica noto per essere stato un ligio osservatore delle norme e delle sue competenze, ma non filocomunista, era stato fatto fuori.

E chi non ricorda la guerra condotta senza esclusione di colpi condotta contro un altro leader democristiano, Francesco Cossiga? Anche lui, pur militando nella sinistra democristiana, si dovette dimettere sotto la pressione comunista, due mesi prima del termine, mentre le polemiche infuriavano e le maggiori forze politiche (soprattutto l'unico partito reduce intatto da Mani pulite) sembravano non rendersi conto della necessità di profondo rinnovamento dopo la caduta del Muro di Berlino.

A volte ricordare fa bene: le prospettive si aggiustano, e le critiche – che la stampa stampata non osa formulare – acquistano legittimità proprio per i due pesanti precedenti messi in atto dall'allora Pci: proprio da coloro che oggi indossano la tunica delle vestali e salmodiano versetti della Costituzione.


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1 giugno 2010

Il significato della bellezza nelle equazioni scientifiche ovvero... un post per tutti e per nessuno

L’equazione E=mc2 è di una bellezza e di una eleganza che non può sfuggire a chiunque ne comprenda il significato e la portata. Due sono le caratteristiche di questa equazione: da un lato è oltremodo sconvolgente nel contenuto e dall’altro è di una straordinaria semplicità.
E’ sconvolgente nel contenuto perché a scuola ci hanno insegnato che la materia non può essere creata né distrutta e lo stesso vale per l’energia, ma non è propriamente così.
A prima vista massa ed energia sembrano entità completamente diverse eppure l’equazione mostra che l’energia (E) e la massa (m) sono in realtà equivalenti (=) e possono essere trasformate l’una nell’altra cosicché l’energia potrebbe essere distrutta e la massa potrebbe essere creata e viceversa.
E’ di incredibile semplicità perché non è un’equazione piena di integrali e di formule: non è possibile trovare altrove cinque soli caratteri che facciano luce in modo così fulmineo e stupefacente sulla natura dell’Universo. Ma il vero capolavoro dell’equazione sta racchiuso nella lettera c… c come celeritas che altro non è che la velocità della luce, 300.000 km/s. Innanzitutto dobbiamo renderci conto della grandezza del numero e per farlo pensiamo che per andare da Londra a Los Angeles a quella velocità impiegheremmo un ventesimo di secondo. Ma che c’entra in tutto questo la velocità della luce? Per capire la straordinarietà di questa lettera occorre comprendere le proprietà intrinseche della velocità della luce, velocità che non può essere superata. Per rendersi conto di questo occorre pensare che la luce non è un numero e basta, ma un vero e proprio processo fisico. 
Un esempio. 
Se dicessi che –273 è il numero più piccolo che esiste tutti protesterebbero perché esiste il –274 che è più piccolo e molti altri lo sono. Ma se parlo di temperatura, ossia di una grandezza termodinamica che indica il grado di movimento delle particelle che compongono la materia, a -273 gradi centigradi le particelle smettono di vibrare e sono ferme ragion per cui in questo fenomeno fisico il numero non può scendere e non esiste un –274! 
Il discorso è analogo per la luce. Pensate ad una mongolfiera con un manicotto che pompa aria calda all’interno del pallone: quest’ultimo inizierà a gonfiarsi fino a superare il limite per cui è stato progettato. La stessa cosa accadrebbe ad un’astronave se, raggiunta la velocità della luce, accelerasse nel tentativo di superarla: l’energia si trasformerebbe in massa e, vista dall’esterno, l’astronave comincerebbe ad ingrossarsi. Questo è un evento di riscontro quotidiano negli acceleratori di particelle del CERN dove i protoni, giunti al 99,99 % di c, diventano 430 volte più grandi rispetto alle loro dimensioni originali. Anche nella radioattività certi metalli traggono la loro energia annichilendo porzioni infinitesime della loro massa trasformandole in una forma enormemente amplificata di energia.
Ecco svelato il senso di c come fattore di conversione ed è sorprendente come due sistemi così diversi come sono massa ed energia possano comunicare in modo tanto armonioso. Dunque l’energia non si conserva e nemmeno la massa, è piuttosto la loro somma a rimanere costante! Ma perché proprio c2? Qual è il significato dell’esponente 2? Quasi ogni quantità che aumenta con costanza, cresce in termini di numeri elevati al quadrato. Ad esempio, se accelerate l’auto da 20 a 40 km/h la velocità aumenta di quattro volte ma lo spazio che serve per fermarsi risulta sedici volte più lungo perché l’energia accumulata è aumentata di 42 volte. Il foglio su cui stampate questo post, con il suo peso di pochi milligrammi, sembra solo un innocuo insieme di fibre di cellulosa e inchiostro, ma se fossimo in grado di tramutarlo in energia si verificherebbe un’enorme deflagrazione, più violenta di quella che si produrrebbe se una centrale elettrica esplodesse. Mettendo una massa di mezzo chilo nella casella della m, dopo aver moltiplicato per c2 ovvero per 1.166.400 bilioni, l’equazione dice che si possono ottenere oltre dieci miliardi di chilowattora. E’ in virtù di questo principio che una piccola bomba atomica, il cui nucleo può stare nel palmo di una mano, risulta in grado di sprigionare energia in grado di ridurre in polvere una intera città. Allo stesso modo un’analoga quantità di materia all’interno di una stella è in grado di scaldare un pianeta per miliardi di anni, semplicemente trasformando una piccola quantità di materia in una enorme quantità di energia.
Per rendere le cose ancora più chiare proviamo ad usare numeri più alla nostra portata e immaginiamo che la velocità irraggiungibile invece di essere quella della luce, 300.000 km/s ovvero 1070 km/h, sia il valore umanamente più abbordabile di 48 km/h. Una bambina dal peso di 45 kg se pedalando in bici arrivasse alla velocità di 43,4 km/h, arriverebbe a pesare 104 chili e mezzo e se, in una discesa raggiungesse i 48,221 km7/h la sua massa sarebbe di 900 kg. E nello stesso sistema una macchina lunga 3,65 metri che viaggiasse verso di noi alla stessa velocità la vedremmo deformata e alcune sue parti apparirebbero piccolissime. Tutti gli oggetti in movimento non solo li vedremmo cambiare di massa e di velocità, ma anche il tempo subirebbe dei rallentamenti! Se il guidatore allungasse la mano verso il lettore CD vedremmo la sua mano muoversi molto lentamente. Il tutto mentre né la bimba né l’autista avrebbero alcuna percezione delle loro trasformazioni, ma saranno le persone che avranno accanto che gli appariranno deformate!
Dobbiamo tener conto di tutto questo in molti aspetti della vita quotidiana, ad esempio quando operiamo con gli elettroni che si muovono nei tubi catodici delle televisioni, nei sistemi di navigazione satellitare GPS e in molte altre occasioni. L’uomo della strada, abituato a usare la tecnica senza conoscere il cuore delle cose, addestrato all’ignoranza scientifica più totale da una scuola che oramai ha raggiunto livelli di delirio, naviga ignaro in un mondo che gli appare freddo e tecnologico. Peccato, quasi nessuno sa di perdere la vera bellezza ed eleganza delle equazioni che ci spiegano il mondo. 



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30 maggio 2010

la dittatura dei giornali di sinsitra

Santoro milionario; Concita De Gregorio a Ballarò con scarpe da 1000 euro mentre parla di povertà; la crisi dei quotidiani e i tagli nei confronti dell’editoria. Le star dell’informazione sono le prime a cadere vittima del loro moralismo: ossimori viventi, Ciceroni e Caligola nel tempo stesso. Qual è il futuro dell’informazione, mentre si discute di intercettazioni?
Partiamo da quest’ultimo punto. Luca Ricolfi su Panorama certifica che le intercettazioni in Italia sono notevolmente più alte che altrove. E’ giusto che i giornalisti non subiscano processi per la pubblicazione di notizie riservate, ma in quale altro paese si assiste alla continua violazione del segreto istruttorio? Il problema principale resta questo, al di là dei nuovi limiti sulla durata delle intercettazioni (75 giorni). Il ministro Alfano ha ribadito che - al di là del mezzo telefonico - sono utilizzabili tutti gli altri metodi di indagine, dai pedinamenti alle irruzioni ai sequestri. La stampa ufficiale però ha parlato di “bavaglio”, salvo poi tacere sulle alternative: il suo scopo non dichiarato è sollevare scandali, per vendere copie. Ma ciò finisce per assegnarle un ruolo politico pesantissimo.  La stampa mainstream come centro della morale. Nel 2006 la rivista Aspenia (diretta da Marta Dassù e Lucia Annunziata) ha ospitato un dibattito sui media, introdotto da un saggio di Robert B. Kaplan, titolato Media-Evo. Secondo Kaplan, in una società dominata dall’informazione i politici sono più deboli, mentre i giornali diventano sempre più autoritari: "C'è un nuovo tipo di tirannia, quello dei media, che sta alzando la testa. E' esercitata da una massa d'urto che fa paura: non elettiva, non controllabile, passa da un linciaggio all'altro... Non può mai essere nel torto perché si dichiara al servizio dei deboli e degli oppressi, ed è qui il suo potere di opprimere".  Kaplan individua nel 1968 la time-line dopo la quale i mezzi di comunicazione hanno cominciato a rivestire il ruolo di santificatori. Citando Samuel Huntington, Kaplan scrive che dopo la rivoluzione pop "l'arroganza del potere venne sostituita dall'arroganza della morale [il giustizialismo, opposto dell’etica, ndr]". I media cominciarono ad agire in competizione diretta con i politici, "la segretezza divenne sinonimo di male, e il concetto di denuncia venne elevato a principio". I media “missionari” sostituiscono la fede e l'etica laica con una morale universalista che scimmiotta il papato del Medio Evo e sostituisce la filosofia politica con la cronaca machiavellica. La continua gogna mediatica è la risultante del nuovo totalitarismo. Un discorso simile fu affrontato da André Gluksmann nel libro “Occidente contro Occidente”, ai tempi di Saddam in Iraq, quando i media lasciavano intendere che era preferibile la dittatura alla guerra, e imposero il termine “invasione” al posto di “liberazione”. Ci fu anche chi preferiva mantenere le stragi di musulmani bosniaci al mercato di Sarajevo, piuttosto che fermare la Serbia. Risalendo fino al periodo dell’euromarxismo si può ricordare il motto asinino degli intellettuali francesi: “Meglio avere torto con Sartre che ragione con Raymond Aron” (in riferimento all’amore delle élites francesi nei confronti dell’Unione Sovietica). Indubbiamente il totalitarismo moralista ha delle tracce di verità, finché la corruzione generalizzata resta un problema da risolvere. Tuttavia il giustizialismo e la gogna mediatica sono l’opposto dell’etica e della libertà. Scriveva Aristotele nell’Etica Nicomachea (9:30): 

Il fine della scienza politica è il più elevato; essa infatti ha come sua massima cura il rendere i cittadini dotati di qualità, buoni e praticanti il bene”.

Il giustizialismo si fonda sulla ricerca della propria identità politica smarrita, una ricerca basata  sull’individuazione di un nemico. Al contrario l’Etica non considera nemici tutti i diversi da sé e ha il vantaggio di essere l’unico denominatore comune possibile tra ciò che appare inconciliabile: religione, laicità, scienza, diritti civili, genetica. La jacquerie giustizialista pertanto può contribuire a rinviare il fallimento di certa stampa grazie all’applicazione del gossip scandalistico alla politica, ma con ciò impone anche il rinvio sine die di una nuova civilizzazione fondata sui princìpi dell’etica e del sapere.  Le società divise crollano Arnold Toynbee, descrivendo come crollano le civiltà, ricordava la stagnazione di quasi due secoli che riguardò l’antica Roma, quando la “Plebe riuscì a stabilire un permanente antistato completo di istituti, assemblee, funzionari. …Solo nel 287 a.C. l’arte politica riuscì a venire a capo di questa enormità costituzionale fondendo stato e antistato in un’operante unità politica”. Dopo altri due secoli di grande espansione le carriere “violente e fallite dei Gracchi aprirono una seconda stasi (131-31 a.C). Questa volta, dopo un altro secolo di autolesionismo, lo stato romano si assoggettò a una dittatura perpetua”. Le società moderne europee sono anche più esposte alla stagnazione sociale, dal momento che in esse operano contemporaneamente e in direzioni opposte non solo i rappresentanti della popolazione e delle sue culture e stratificazioni, ma anche chi gestisce le informazioni, a volte come Cicerone, a volte come un Goebbels, più cinico, perché mascherato da Sant’Ignazio.

Crisi dei quotidiani: iPad o contenuti?
Il web diffonde immediatamente una notizia. Quando il cittadino ascolta il tg serale, già la conosce. Prima di andare a letto, potrà averne seguìto i dettagli sui talk show. Se l'indomani compra un giornale dopo aver avuto gli aggiornamenti alla radio, e la ritrova in prima pagina, non la legge nemmeno. Quello per lui è un foglio bianco.
E' un problema enorme, per la carta stampata, arrivare ultima nel fornire la notizia, e infatti il mercato pubblicitario si sposta verso internet e la telefonia. Gli ultimi dati diffusi sulla vendita dei principali quotidiani confermano il crollo (vedere qui).
L’ultima salvezza sembra essere l’iPad della Apple, sul quale si sono già lanciati i principali giornali italiani. Ciò può ovviare al ritardo rispetto all’informazione sul web creando un supermedium, a patto che l’aggiornamento delle notizie sia davvero continuo e creativo.

La malattia è il cinismo
Il problema principale è quello dei miseri contenuti degli articoli e della liberazione dell’informazione dal machiavellismo politico mascherato. La stampa è schiava di cinismo. Gli esempi sono infiniti: si prenda il caso della frase di Mussolini riferita da Berlusconi in sede di riunione Ocse. La citazione del dittatore non era casuale, se presa nell’accezione corretta: “Se persino un tiranno diceva di non aver controllo sulla gestione dello Stato, difficilmente un premier riuscirà a modificare il mercato, che è indipendente dal potere, in una democrazia”. Il presidente del Consiglio in effetti doveva esprimere con chiarezza questo contenuto, ed ha bisogno di migliori e più smaliziati consiglieri. Tuttavia il rovesciamento di questa frase compiuto dalla stampa “mainstream” ha del fenomenale, dal momento che ha finito per presentare Berlusconi come un seguace di Mussolini. Eppure il desposta Hugo Chavez, che avrebbe affermato di ispirarsi a Lenin, Castro e Mussolini, venne abbracciato in Parlamento dalle sinistre e lodato come un san Francesco al Festival del cinema di Venezia, senza che si levasse nemmeno un indignato battito di ciglia.



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23 maggio 2010

Una bufala spacciata per vangelo

Questa volta le carte le hanno “coperte” loro, i pretoriani del gioco pulito. È l’11 maggio, e questi sono solo alcuni titoli dedicati dalle testate nazionali all’indomani della presentazione del Documento preparatorio per la 46esima Settimana sociale dei cattolici italiani che si terrà dal 14 al 17 ottobre 2010 a Reggio Calabria: “La Cei boccia il federalismo fiscale” (Stampa e Tempo), “I vescovi: attenti al federalismo fiscale” (Corriere della Sera), “La Cei, no al federalismo fiscale. Uno schema destinato a fallire” (Repubblica), “I vescovi bocciano federalismo fiscale: No a egoismi e chiusure” (Riformista). “I vescovi: «Il federalismo fiscale fallirà»” (Secolo XIX).

Il dubbio circa una sonora bocciatura della Conferenza episcopale italiana alla riforma avviata dalla legge n. 42 del 5 maggio 2009 “Delega al Governo in materia di federalismo fiscale, in attuazione dell’articolo 119 della Costituzione” a questo punto è lecito: peccato faccia a cazzotti con il contenuto del documento “incriminato”, 18.223 parole in cui la parola “federalismo” ricorre 9 volte, per un totale di 99 caratteri su 120.247, e solo tre volte accoppiato al più temibile aggettivo “fiscale”. Quanto basta, insinuano i media, per scatenare la bufera tra Carroccio e cattolici, nelle cui questioni sollevate all’interno del documento il Secolo XIX vede peraltro una «convergenza significativa» con le posizioni espresse nelle ultime settimane dal presidente della Camera Gianfranco Fini. Poi, più niente. In capo a 24 ore l’allarme è rientrato. Il tema del federalismo fiscale continua ad interessare ampie paginate, ma dell’altolà della Chiesa non si parla più. 
Cos’è accaduto e cosa abbiano significato le reazioni in quelle ore seguenti la conferenza stampa di presentazione del documento “Cattolici nell’Italia di oggi. Un’agenda di speranza per il futuro del Paese”, redatte per l’appuntamento di Reggio Calabria dei cattolici italiani, lo spiega a Tempi il vicepresidente dal Comitato scientifico e organizzatore delle Settimane sociali Luca Diotallevi: «È accaduto che la serietà del testo ha resistito al tentativo di abuso. Pensi al quotidiano della Lega Nord, La Padania, che con grande correttezza ha titolato in prima pagina “Federalismo necessario, la verità sul rapporto Cei”, dimostrando come le polemiche sorte nelle ore successive all’uscita del documento fossero basate non sulla lettura del testo, ma sul contenuto di alcune agenzie. Incomprensioni nate in buona o cattiva fede? A noi non interessa. Come non ci interessa suggerire un modello di buongoverno, cosa che esula dalle nostre competenze. A noi interessa che all’interno di una necessaria e nuova forma di organizzazione del sistema politico che valorizzi le autonomie locali vengano recepite con efficacia le istanze di sussidiarietà e solidarietà. È questo che abbiamo domandato alle istituzioni: fateci capire quello che proponete per dare valorizzazione ai principi che stanno a cuore a noi credenti ma non solo».
Una domanda che per il professore associato di Sociologia all’Università di Roma Tre ha di fatto costretto a giocare a carte scoperte detrattori ed estimatori del federalismo: «Le reazioni solo sulla parte del documento relativa al federalismo palesano tre cose. In primo luogo evidenziano l’esistenza di gruppi sociali molto estesi che vivono su una spesa pubblica parassitaria e che drammaticamente temono ogni forma di razionalizzazione e di crescita di qualità nonché dell’efficienza della spesa pubblica. Secondariamente, sottolineano come queste politiche di razionalizzazione e qualificazione assumano spesso un carattere, se non addirittura vendicativo, di minaccia, generando di fatto una reazione ancora più forte se non opposta a quella che dovrebbero meritare. Da ultimo, ma non meno importante, ci ricordano che la storia del nostro paese negli anni 50 e 60 è cresciuta grazie allo Stato, e se vogliamo, come dobbiamo, andare oltre a una certa forma storica del sistema politico dobbiamo farlo ponendoci obiettivi più elevati di quelli perseguiti in passato. Non è cioè sulla demonizzazione degli ultimi vent’anni di storia repubblicana che costruiremo riforme. Al contrario: proprio perché quegli anni hanno funzionato, oggi possiamo andare oltre». 
Un passo avanti su cui la Chiesa vuole vigilare e, seguendo la storia e l’esempio dei cattolici impegnati nella scena pubblica, da Rosmini a Sturzo a De Gasperi, mettere in guardia dai rischi di un sistema ridotto a sola forma di decentramento o di trasferimento di potere e competenze: «Per dirla con le parole di don Luigi Sturzo, la comunità locale è più originaria dello Stato, dunque la Chiesa è portatrice di un diritto delle comunità locali ad autogovernarsi il più possibile. Ben si comprende, tuttavia, che per svariate funzioni è necessario che le comunità si aggreghino, perché la nostra missione è il bene comune – e rispetto al bene comune tutto è strumento e niente è il fine. Quello che diciamo oggi è che va con serietà individuata e valutata un’altra organizzazione del sistema politico, confrontati tra loro costi e benefici con la misura del bene comune. Partendo dal principio del diritto alla vita, e alla buona vita, di ciascun membro della comunità nazionale, va preferito il sistema che approssima di più questo obiettivo». Per garantire, per esempio, il diritto alla salute da nord a sud, da est a ovest, e perché tale diritto non diventi un alibi per finanziare a fondo perduto istituzioni pubbliche statali e non. «Riprendendo papa Benedetto XVI nella Deus caritas est, è importante che i servizi siano realizzati da soggetti capaci di non segmentare il mercato (di non servire cioè solo chi condivide i loro valori) e riempire di contenuti alcuni servizi così delicati come quelli della sanità. È questo che sostiene il documento: il pluralismo dell’offerta di contenuti e il sostegno alla domanda e ai diritti individuali come criteri guida di una riforma politica e reale».

Tra titoli assurdi e sprechi reali
Non un no al federalismo, quindi, bensì un sì incondizionato a istituzioni che consentano politiche di solidarietà e sussidiarietà efficaci e trasparenti. Principi che, assicura a Tempi il professor Luca Antonini, presidente della Commissione tecnica paritetica per l’attuazione del federalismo fiscale, «vengono ampiamente rispettati nella legge delega sul federalismo fiscale, una legge bipartisan che è stata votata da ampie parti dell’opposizione. Ciò che ci deve preoccupare della strumentalizzazione da parte della stampa del documento preparatorio, un testo tutt’altro che negativo a proposito del federalismo, è piuttosto il palesarsi di una cattiva informazione. Scrivere in un articolo “I vescovi aprono al federalismo Ma bocciano quello fiscale: «Fallirà»” (dal Corriere della Sera ad Affari Italiani, ndr) è un’assurdità e genera allarmi privi di ogni fondamento». 
Antonini ricorda che nel nostro paese il federalismo, sulla carta, esiste già dalla riforma costituzionale del 2001, ma che non funziona – «pensiamo alle cinque Regioni italiane che sono state “commissariate” sulla sanità» – proprio perché carente di quei «meccanismi di responsabilizzazione che solo il federalismo fiscale può attivare. Solo i processi avviati dalla riforma hanno infatti permesso l’emersione di una situazione latente, mancanza di trasparenza e sacche di illegalità, che avrebbe in fretta danneggiato come un virus tutto il sistema». Il professore cita alcuni esempi emblematici di “federalismo senza federalismo fiscale”, partendo dall’ultima manovra del governo Prodi che ha stanziato 12 miliardi di euro per cinque Regioni in extradeficit sanitario, tra cui la Campania, «dove però oggi la Asl n. 1 di Napoli non riesce a pagare gli stipendi dei dipendenti. Che ne è stato di quel ripiano?», proseguendo con l’assegno di gratifica premiale del 20 per cento ai direttori delle Usl deciso da Loiero come commissario della sanità calabrese, «peccato che nessuno è stato capace di ricostruire la contabilità in quella Regione e si sono dovuti chiudere i tavoli di monitoraggio sulla spesa sanitaria sulla base delle dichiarazioni verbali dei direttori», e concludendo con l’esempio di alcuni ospedali del Sud dove «quanto più è maggiore il disavanzo economico, tanto minore è la qualità e la sicurezza delle cure». 
Una logica perversa che non sarebbe stata eliminata se la riforma del federalismo fiscale non avesse introdotto la categoria del costo standard, «quella categoria dove sono altamente rispettati i principi di solidarietà ed eguaglianza che invocano i cattolici», e la prospettiva del superamento del finanziamento in base alla spesa storica, «che senza il rispetto di tali principi finiva per pesare sulle tasche di tutti gli italiani, non solo quelli di una regione, tutti. E sono solo alcuni esempi che raccontano la situazione in cui ha versato l’Italia negli ultimi anni, situazione che non può non preoccupare il cittadino, politico, elettore o cattolico che sia».
Il rimedio a tutto questo, a quei 50,6 miliardi di euro di sprechi citati da Luca Ricolfi ne Il sacco del Nord e sui quali si esercitano circoli di illegalità, si chiama, appunto federalismo fiscale. Un sistema che, chiarisce Antonini riferendosi alle preoccupazioni circa il pluralismo dei servizi sollevate nel documento, proprio a partire dalla scelta di un meccanismo di perequazione, previsto non in base alla capacità fiscale bensì al costo standard «colpisce gli sprechi e non va a combattere i servizi». 
Molto dipenderà dai decreti di attuazione, è vero, e dal periodo che verrà dato alle regioni meno efficienti per rientrare in parametri di normalità, «ma i principi delineati dalla legge sono forti e chiari e adempiono ampiamente alle istanze sollevate dal documento. Il federalismo fiscale è innanzitutto una grande educazione alla responsabilità, un intervento di razionalizzazione della spesa pubblica e di modernizzazione necessario. Non attuarlo significherebbe incancrenire il sistema in una forma finta di federalismo, pieno di deficit e svuotato di ogni responsabilità e dunque di contenuto». Niente a che vedere dunque l’operazione di confusione orchestrata dai giornali, «noi – conclude Antonini – stiamo giocando a carte scoperte».


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3 maggio 2010

Per cominciare ad essere un paese normale bisogna ripartire da Piazzale Loreto

In Italia può capitare anche questo. Che ci si senta orgogliosi di appartenere a un paese, che nonostante l’oggettiva decadenza culturale e sociale che sta attraversando, riesce ancora a non dimenticare le sue antiche radici europee e occidentali. E’ il sentimento che ho provato leggendo il ‘commento’ di Stefania Craxi, Un 25 aprile coraggioso cancella l’oltraggio al Duce, pubblicato su Libero il 28 aprile u.s.

La degna figlia di Bettino ha avanzato una proposta civile che, se accolta, chiuderebbe per sempre l’interminabile ‘querelle’ sul fascismo, le sue colpe, i suoi eredi etc. «Trascorso il 65esimo anniversario della Liberazione - ha scritto -  non vi è stato nessuno, nel panorama politico e istituzionale della Nazione, ad aver avuto il coraggio politico e l’onestà intellettuale di compiere un gesto simbolico e importante volto a restituire agli italiani la verità della loro storia: recarsi a piazzale Loreto per un atto di cancellazione dell’atroce oltraggio inflitto al cadavere di Benito Mussolini».

Un caloroso invito al beau geste motivato da un’etica politica di elevato profilo, purtroppo non riscontrabile né nella classe politica, né (tanto meno) in quella intellettuale: «Potrebbe apparire una provocazione, eppure piazzale Loreto era e resta, con tutti i suoi significati, il simbolo incancellabile di un’epoca e del suo sanguinoso epilogo, teatro non di una, ma di due tragedie dolorose e terribili. L’eccidio di quindici martiri antifascisti, fucilati contro una staccionata di legno, una mattina d’agosto del 1944 da militi della Repubblica Sociale; le barbarie inflitte dalla folla nell’aprile del 1945 ai cadaveri di Benito Mussolini e Claretta Petacci, dei fucilati di Dongo e l’esecuzione infine di Achille Starace, ex segretario del Pnf, fucilato sul posto, dopo un processo sommario, dai partigiani antifascisti, sotto il macabro scenario dei cadaveri appesi per i piedi alla tettoia di un distributore di benzina. La conclusione della storia del fascismo e del sistema politico autoritario con il quale Mussolini governò l’Italia anche se si avvalse in un certo periodo di un sostegno popolare diffuso, specie in quelli che uno storico ha chiamato gli ‘anni del consenso’ e che sfociò poi disastrosamente nel capitolo dell’avventurismo coloniale, dell’alleanza con il nazismo e nella tragedia della seconda guerra mondiale».

«La storia - ha fatto rilevare ancora Stefania Craxi - non può in nessun caso essere tagliata in comparti separati tra loro: ecco il motivo per cui sarebbe stato opportuno chiudere con un gesto spettacolare, recarsi a piazzale Loreto. Seguendo un motivo e un’ispirazione di umanità e di pietà, rivolti alla memoria tanto di chi, già cadavere, subì in quella piazza un insulto inumano e barbaro, quanto di chi, a pochi metri di distanza, aveva perso la propria vita a causa di una generosa lotta per la libertà».

La nostra  sottosegretaria agli Esteri, va detto (ed è suo merito) ha dato voce a un disagio profondo che albergava, da più di mezzo secolo, nelle case di tutte le famiglie perbene. Sono cresciuto in un ambiente socialista dell’Italia centro-meridionale: mio padre aveva votato Repubblica al referendum e Saragat dopo la scissione di Palazzo Barberini ma, in seguito, aveva scelto il PSI di Nenni, anche se non ne prese mai la tessera. Ebbene quando si rievocava Piazzale Loreto nel volto dei miei si dipingeva un senso di orrore e di condanna senza appello per lo scempio dei cadaveri. Non si sapeva  allora - lo avrei saputo più tardi da Renzo De Felice - che gli autori di tale nefandezza non furono i partigiani ma il popolino inferocito che strappò ad essi i corpi di Mussolini e della Petacci per farne oggetto di macabro dileggio. «Ultimi Barbarorum!» aveva definito Baruch Spinoza un analogo episodio di belluina lotta politica accaduto nell’Olanda di tre secoli prima.

Certo una delle due vittime era l’uomo che aveva coinvolto l’Italia nella guerra più disastrosa della sua breve storia unitaria, che si era alleato col più ripugnante regime totalitario del suo tempo, che aveva sottoscritto le vergognose leggi razziali, che aveva sospeso e poi soppresso le libertà statutarie e quanto rimaneva del Parlamento di Cavour e di Minghetti. Bisognava avere, però, il coraggio morale di riconoscere, a voce alta, che nulla giustificava, sul piano etico, un sì «codardo oltraggio» e che, compiendolo, ci si poneva sullo stesso piano del vinto, con in più l’aggravante maramaldesca. Forse i fascisti non avrebbero trattato in modo troppo diverso i corpi di Parri e di Pertini se fossero caduti nelle loro mani ma proprio per questo è imperdonabile quel che è accaduto (ed è ancora più imperdonabile, se è vero, quanto disse uno dei maggiori filosofi politici italiani ad uno studente di destra che, all’Università di Torino, gli aveva rivolto una domanda: «Con voi abbiamo già fatto i conti a Piazzale Loreto!»).

A una radioascoltatrice che chiedeva a George Orwell perché gli inglesi non riservavano ai prigionieri di guerra tedeschi lo stesso trattamento che i tedeschi riservavano ai prigionieri di guerra inglesi, lo scrittore rispose seccamente:«Perché noi siamo superiori!». «Noblesse oblige» dicevano gli antichi, ben consapevoli che il ‘galateo’ è civiltà.

«Essere partigiani non è scontato - ha scritto, sul blog Fuori Corso Italia, uno dei pochi intervenuti a sinistra, che non abbia reagito col turpiloquio alla ‘provocazione’ della Craxi, Giuliana Sias - non è banale, non era l'unica scelta possibile. Chi l'ha compiuta, ha avuto il coraggio di compierla, si è assunto la responsabilità di compierla. Che questo coraggio e questa responsabilità comportino anche atti di estrema violenza, non occorre negarlo. Soprattutto in vista di altre Resistenze, in vista della necessità di scegliere altri modi, in vista di un genere umano che guarda al futuro, forte della consapevolezza del suo passato.».

Giuliana Sias, sembra  dimenticare quanto scriveva Simone Weil: che la «Giustizia fugge dal campo dei vincitori» (Quaderni, III, trad. di G. Gaeta, Adelphi, Milano 1988, p. 158). Per non perdere il rispetto di noi stessi, oltreché per cautelarci per il futuro, bisogna che non ci siano eserciti vittoriosi che sporcano, con i loro «atti di estrema violenza», le bandiere per le quali hanno combattuto e rischiato la vita e che - ed è la loro colpa peggiore -  comportandosi come orde assetate di sangue generano il dubbio, nelle giovani generazioni, che i loro nemici potessero avere ragione nell’odiarli tanto. Un condottiero mite e generoso come Giuseppe Garibaldi non avrebbe esitato un istante a far fucilare la ‘camicia rossa’ che, disobbedendo ai suoi ordini, si fosse macchiata di delitti contro la popolazione civile. Ma le donne marocchinate di Esperia hanno invano atteso un gesto di pentimento o di semplice ‘rammarico’ da parte del maresciallo Alphonse Juin che, nel 1944, aveva indirizzato alle truppe coloniali il famigerato proclama. «Soldati! Questa volta non è solo la libertà delle vostre terre che vi offro se vincerete questa battaglia. Alle spalle del nemico vi sono donne, case, c’è un vino tra i migliori del mondo, c’è dell’oro. Tutto ciò sarà vostro se vincerete. Dovrete uccidere i tedeschi fino all’ultimo uomo e passare ad ogni costo. Quello che vi ho detto e promesso mantengo. Per cinquanta ore sarete i padroni assoluti di ciò che troverete al di là del nemico. Nessuno vi punirà per ciò che farete, nessuno vi chiederà conto di ciò che prenderete». Diremo anche qui, con rassegnazione, «à la guerre comme à la guerre»?. E dicendolo riusciremo davvero a reprimere un senso di colpa e di vergogna?

Se è vero che soprattutto per la legge di guerra vale il monito «dura lex, sed lex» è altrettanto vero che a distinguere l’uomo civile dal barbaro è la capacità di tenere la violenza sotto controllo. Una capacità di cui i governi e i comandi alleati non diedero  sempre prova come testimoniarono le rovine di Monte Cassino - il monastero fondato dal Patrono dell’Europa, monumento della Cristianità occidentale  -  ma ancor più il bombardamento atomico di Hiroshima e di Nagasaki nonché quello ‘tradizionale’ di  Dresda. L’orrore dell’olocausto nucleare giapponese pesa ancora sulla coscienza dell’umanità civile ma non meno spaventoso è il destino riservato alla Firenze sassone: una  potenza di fuoco equivalente a 9 kilotoni di TNT, dello stesso ordine di quella della bomba atomica su Hiroshima (12,5 KT), rase completamente al suolo il centro storico della città  facendo strage di civili (tra le 18.000 e le 25.000 vittime).

Il  ‘controllo della violenza’ è cosa ben diversa da quel pacifismo, pur nobilissimo, che il grande Akira Kurosawa elevava a sublime poesia nel film ‘Rashomon’ (1950). Ne costituisce una riprova l’intervento di Karl R. Popper nel dibattito sulla bomba atomica, che gli diede  l’occasione di distinguere il realismo liberale sia dall’ideologia della non violenza sia dal fanatismo guerrafondaio dei Dr. Stranamore. In uno scritto del 1988 - riportato ora inDopo la società aperta, a cura di Dario Antiseri, Ed. Armando 2009 - il filosofo, ricordando le circostanze che avevano condotto alla decisione di porre fine alla guerra del Pacifico con un tremendo dispiegamento di potenza militare, si chiedeva «Cosa si sarebbe dovuto fare? Credo che la risposta sia chiara. C’era una terribile guerra in corso, e la bomba doveva essere usata nella speranza di porvi fine. Ma essa avrebbe dovuto essere usata su un obiettivo che fosse chiaramente e unicamente un obiettivo militare. Questo era richiesto sia della leggi di guerra che dall’etica; era richiesto dall’umanità». Hiroshima e Nagasaki «erano prevalentemente città civili; e l’uso di un’arma di una potenza senza precedenti avrebbe potuto e dovuto essere evitata su tali città. Fu un grande errore, un errore morale». Il dibattito tra gli scienziati, invece, si svolse «in termini di ‘sì’o ‘no’: sganciare la bomba o non sganciarla. Se questo è corretto, allora anche questo fu un errore: fu uno scontro di ideologie anziché di legalità e della sua forza morale». Il male, la distruzione, la morte sono talora inevitabili ma la ragione non è affatto esonerata dal «contenerne» l’inevitabile irruzione sui campi di battaglia.

E’ superfluo far rilevare che un conto è la violenza di chi si batte sotto le insegne di Satana, un conto ben diverso è la violenza di chi difende la  ‘giusta causa’. A distinguerle con un taglio netto sono i risultati dell’agire e la loro desiderabilità in base ai nostri standard di valore. La sconfitta totale del Giappone trasformò i sudditi del Figlio del Sole in cittadini, pose le basi della democrazia liberale in un paese segnato dall’etica e dalla cultura feudale e mise gli ‘sconfitti’ in grado di diventare una delle superpotenze industriali del pianeta. Il bilancio finale, tuttavia, non può essere redatto solo in termini di crescita economica e di libere istituzioni politiche: il vero trionfo dell’etica della ‘società aperta’, infatti, non sta in un traguardo civile pur significativo ma nella disposizione a riconoscere i propri errori e a farne ammenda. Nel capolavoro di Ingmar Bergman, Il posto delle fragole (1957), il vecchio Professore Isak Borg ha un incubo: sogna di essere sottoposto a una prova d’esame e di trovarsi impreparato dinanzi alla domanda decisiva per l’esercizio della professione: «qual è il primo dovere di un medico»; ignora che la risposta giusta è :«chiedere perdono!». Sennonché è proprio in questo saper «chiedere perdono» il segno della ‘civiltà superiore’ rivendicata da Orwell: dal perdono che Teodosio nel 393 implorò, umilmente prostrato ai piedi del vescovo di Milano Ambrogio, per la strage di Tessalonica  alle scuse che il libero Parlamento inglese rivolse all’esule Giuseppe Mazzini, vittima del governo di Sua Maestà britannica che aveva violato la sua corrispondenza privata.

Per converso, l’incapacità del taliban «antifascista» di riconoscere l’«eccesso» è ciò che lo rende antropologicamente «fascista». E’ il caso dell’anonimo genovese del Blog ‘Il Russo. Libero, laico, resistente’, che, rivolgendosi alla parlamentare Stefania Craxi ‘figlia del noto latitante’, così motiva il suo pellegrinaggio a Piazzale Loreto e vomita il suo j’accuse:«Per cancellare qualcosa? No, affatto, bensì per maledire l'animaccia infame di quell'essere schifoso e lurido che ha portato i suoi simili in Italia a umiliare, esiliare, stuprare, uccidere, deportare nei campi di concentramento chi non era una merda fascista. Si signora Craxi, io passo ogni anno il 25 aprile in piazzale Loreto proprio per non cancellare e per convincermi che, anche se molto ma molto raramente, i tiranni fanno la fine che meritano».

Nei commenti all’articolo della ‘figlia del latitante’ non colpiscono però le intemperanze della ‘canaille’ - la stessa che, dimentica della  full immersion nelle ‘folle oceaniche plaudenti al Duce, ne sottrasse il cadavere ai partigiani reduci da Giulino di Mezzegra - quanto le reazioni viscerali dei politici e degli intellettuali militanti. «Solo a un rappresentante di un siffatto governo può venire in mente una cosa simile - ha dichiarato Pino Sgobio, dell'ufficio politico del Pdci - Federazione della sinistra. La storia non si tira per la giacca per tornaconti di convenienza. Con la storia e il revisionismo non si scherza e chi lo fa si assume responsabilità, soprattutto nei confronti delle future generazioni, che fanno il paio con le atrocità compiute da quel regime fascista che ora qualcuno vorrebbe riabilitare per ignobili pacificazioni.». E ancora più drastico il commento di Ignazio Marino, capogruppo del PD a Palazzo Marino: «Una bestialità!». Antonio Pizzinato, presidente dell’ANPI lombarda, dal canto suo, non s’è risparmiata l’accusa rivolta alla Craxi di voler «mettere sullo stesso piano chi ha lottato per la libertà e chi invece ha combattuto per negarla e opprimerla». Il ritornello, come si vede, è sempre lo stesso: ricorreva ieri nella criminalizzazione di Renzo de Felice, reo di aver tradito lo spirito della Costituzione e dell’antifascismo, ricorre oggi contro Giampaolo Pansa che non distinguerebbe tra chi ci ha riportato la libertà e la democrazia e chi ci aveva asservito all’invasore nazista.

In realtà, non c’è una sola dichiarazione dei tre diversissimi personaggi citati che autorizzi la presunta (assurda) assimilazione di fascismo e antifascismo, di dittatura e di democrazia. Ciò che urta, anzi ‘brucia, nella posizione ‘revisionista’ (quella seria, beninteso) non è il mancato riconoscimento che «la Repubblica democratica» si fonda sui «principi di libertà, di solidarietà e di rispetto umano» (sono parole della Craxi) ma l’invito a rileggere la storia «non dimenticando nulla di tanti aspetti controversi, delle contraddizioni, dei lati più oscuri, delle generosità e delle viltà degli uomini, dei valori diversi nei quali essi credevano, delle infamie cui molti si erano persi». Un invito del genere, infatti, non solo potrebbe attivare atteggiamenti di «pietà per i nostri carnefici» ma, altresì, impegnarci a un serio esame di coscienza nazionale, a una riflessione, finalmente serena e non priva di misurata indulgenza, sul contributo e sulle responsabilità che tanti italiani (in modo diverso) hanno dato alla nascita del regime. E’ bene, invece, che a «chiedere perdono» siano solo quanti  stavano dalla parte sbagliata – e i loro pretesi ‘difensori’ – e che le responsabilità dei tanti che hanno spianato ad essi la strada – anche sputando in faccia ai reduci della Grande Guerra, come ricorda il grande storico antifascista, Federico Chabod, in Italia contemporanea – vengano cancellate dalle urla isteriche dei «no pasaràn».



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25 aprile 2010

Liberazione dalla mistificazione

Anziché la storia s’è a lungo raccontata la leggenda, con il risultato che, a sessantacinque anni dal 25 aprile 1945, ancora si può litigare cancellando la realtà. Furono le truppe statunitensi o la Resistenza a liberare l’Italia dal fascismo e dall’occupazione nazista, ponendo fine alla seconda guerra mondiale e consentendo la nascita della Repubblica e l’avvento della democrazia? Questione oziosa ed insulsa, che, però, nasconde un problema di ben più grande rilevanza: è la Resistenza, quindi l’antifascismo italiano, la radice della nostra Costituzione, con ciò significando che la nostra libertà ha natura nazionale, o furono le condizioni internazionali a consentirci da uscire dalla guerra civile entrando nel paradiso delle democrazie occidentali? La mia risposta è questa: la nostra democrazia, la nostra libertà, nascono fra il 4 e l’11 febbraio del 1945, quando ancora si moriva sotto le bombe e per mano di eserciti rivali. Questa risposta non riscrive la nostra storia, ma cancella la leggenda.

La liberazione militare dell’Italia si deve alle truppe statunitensi. Portiamo i nostri giovani a visitare gli immensi cimiteri dove ancora giacciono i loro coetanei americani, giunti qui per combattere il nazifascismo. Il fascismo era caduto prima, ma l’occupazione nazista era feroce e non intenzionata a mollare. A quell’esercito di americani, dove molti erano gli originari italiani, dobbiamo la fine dell’orrore. Un ruolo importantissimo lo ebbe la Resistenza, ovvero l’opposizione armata e belligerante d’italiani che si batterono contro il fascismo. Ma non dobbiamo dimenticare due cose, decisive: a. si trattò di una minoranza, in un Paese dilaniato dalla guerra civile; b. fra i resistenti ve ne furono molti che si batterono e persero la vita sperando di trascinare l’Italia da una dittatura all’altra, dal fascismo al comunismo.
I resistenti tutti furono degli eroi, alla loro memoria ancora c’inchiniamo, ma con la loro sola forza staremmo ancora a Piazza Venezia, ad ascoltare Mussolini come i cubani ascoltano Castro.

La falsificazione avvenne immediatamente dopo, quando si chiuse il pozzo di sangue della guerra civile (con molti morti che si devono a vendette che nulla ebbero a che vedere con l’antifascismo). Prese piede una storiografia che puntava a negare che gli italiani fossero stati fascisti, affermando che la Resistenza fu movimento di tutti e che nella Resistenza il ruolo dominante fu svolto dai comunisti. Tre bugie, cui si aggiunse la quarta, determinante: alla Resistenza dobbiamo la Costituzione. Invece no, perché anche i polacchi o gli ungheresi ebbero la resistenza, la rivolta degli uomini liberi contro la dittatura, ma non ebbero né la democrazia né la libertà. La differenza sta nella conferenza di Yalta, terminata, appunto, l’11 febbraio 1945. Qui si divise il mondo, con i vincitori, fra i quali la dittatura sovietica, a dettare le condizioni. Noi siamo stati fortunati, finimmo dalla parte americana. I popoli dell’est Europa furono fra i condannati, finiti dalla parte della dittatura e della fame. La nostra Costituzione fu scritta dai nostri giuristi, l’Assemblea Costituente animata dalle nostre forze politiche, ma nulla di tutto questo sarebbe mai stato possibile se ci fossimo trovati dall’altra parte della cortina di ferro.

Ignorare ciò significa falsificare la storia, costruire sulla bugia e, oltre tutto, offendere quei popoli che non ebbero la nostra fortuna. Nessuno di loro scelse di stare dalla parte dei comunisti, e chi si ribellò a quella sorte dovette vedersela con i carri armati sovietici, sotto i cui cingolati fu massacrata la libertà, e sulla cui torretta gioivano gli stessi politici italiani che, da noi, si millantavano padri della democrazia.


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25 aprile 2010

Sette fratelli Dimenticati. I fratelli Govoni

San Giorgio di Piano è uno di quei grossi paesi agricoli che insieme ad Argelato, Pieve di Cento e San Pietro in Casale s’incontra a circa metà strada fra Bologna e Ferrara.
E’ pianura emiliana che beneficiò funestamente dei primi collaudi socialisti e rivoluzionari. L’odio di classe continua a trovarvi una lussureggiante pastura.
Nell’immediato periodo del dopo-liberazione in questa zona che giuppersù potrebbe essere ampia quanto la pianta di Roma, per intenderci, i «prelevati» sono stati 128. Centoventotto persone che una sera furono portate via dalla loro casa e che mai più hanno fatto ritorno.

Centoventotto.

Fin’ora se ne sono trovati in queste fosse comuni circa una metà. Dell’altra sessantina perfino il mistero della loro morte è cupo.
Nella macabra fossa di Argelato, dunque, sono stati rinvenuti diciassette cadaveri buttati alla rinfusa laggiù con un metro di terra addosso. Di questi, ben sette erano fratelli.

Sono i fratelli Govoni.

La mamma di questi sette figli «prelevati» vive ancora. Ha passato questi ultimi anni nell’angoscia dell’ignoto destino dei suoi figlioli, nella disperazione. Se non fosse venuta incontro la fede a questa povera madre fiaccata dall’enorme lutto, come avrebbe potuto assistere ai funerali senza maledire i colpevoli? Invece ha invocato il Paradiso per le sue creature ammazzate.
Fino a poco tempo fa non usciva di casa. Uscendo, l’avrebbero schernita. La madre dei «prelevati». Un titolo di orrore. C’era perfino chi le canticchiava «bandiera rossa» dietro.
Ma ricostruiamo 1’agonia che l’odio di parte inflisse a questa gente. Di diciassette solo uno porta segni di pallottole. Gli altri hanno tutti ossa spezzate e cranio fracassato. E’ tragico ricostruire gli istanti di quella rabbia inumana e cainitica sull’orlo di questa fossa la notte dell’ll maggio 1945 quando ignoti sedicenti giustizieri hanno torturato codeste persone, picchiandole con bastoni e spaccando alla fine il cranio forse con colpi di ascia.
I sette fratelli Govoni li andarono a prendere uno per uno da casa. Si presentarono alcune persone dal vecchio padre la sera e bussarono alla porta. Giuseppe andò ad aprire e si vide i mitra puntati contro. Marino, Primo, Dino. Perfino l’Ida presero. L’Ida era sposata e stava allattando il figlioletto Sergio. «Venite lo stesso con noi».
Non tornarono più. La mamma, mentre li caricavano sul camion venne fuori con un grosso pane, perchè nel viaggio potessero mangiare un boccone. «E’ un breve viaggetto — avevano assicurato gli uomini col mitra a tracolla — abbiamo solamente bisogno di interrogarli per una informazione». Non tornarono più. Qualche tempo dopo alla madre che disperatamente cercava una pista per onorare almeno il sepolcro dei suoi sette figli dissero tra lo scherno: «Vi occorre, buona donna, un cane da tartufi».
Nella fossa macrabra di Argelato i cadaveri sono ammonticchiati disordinatamente. I carabinieri hanno rovesciato quel metro di terra che copriva tanta disumanità ed hanno intravvisto moncherini legati da filo spinato. Nella solitaria casa dei Govoni è restata solamente l’ultima figliola Maria a consolare la vecchia madre. Maria e il nipotino Sergio che oggi va all’Asilo e non sa che la madre sua la «prelevarono» una sera mentre l’allattava.

Gli altri
Tra gli altri dieci cadaveri sono stati riconosciuti i quattro Bonora, Giovanni Caliceti, Alberto Bonvicini, Guido Mattioli, Guido Paricaldi e Vinicio Testoni.

I quattro Bonora appartengono a tre generazioni: il nonno, il padre, il figlio e un cuginetto. Ivo si chiamava e quando incominciò la guerra giocava ancora a rincorrersi attorno ai pagliai. Li invitarono a presentarsi al comando partigiano per il rinnovo della carta d’identità in quel lontano maggio del 1945. Andarono e da allora ecco qua i loro cadaveri nella fossa macabra di Argelato.

Caliceti quando lo vennero a chiamare da casa, andò tranquillamente, perchè sapeva di non aver fatto niente a nessuno. Male non fare e paura non avere, diceva.

Malaguti, studente del terz’anno di ingegneria ed ufficiale della guerra di liberazione con gli alleati era appena tornato a casa da una settimana. Sparì. La mamma lo cercava affannosamente. Per sei anni il dolore incerto di questa donna è andato vagando dappertutto. Ecco, suo figlio glielo restituisce questa fossa a pochi chilometri dalla sua casa.

Ecco un altro resoconto:

…Si era sparsa, frattanto, tra i partigiani della 2ª brigata Paolo e delle altre formazioni, la voce che stava per incominciare una “bella festa” nel podere del colono Emilio Grazia. Dapprima alla spicciolata, poi sempre più numerosi, i comunisti cominciarono a giungere alla casa colonica dove erano già prigionieri i sette Govoni.

Non è possibile descrivere l’orrendo calvario degli sventurati fratelli. Tutti volevano vederli e, quel che è peggio, tutti volevano picchiarli. Per ore nello stanzone in cui i sette erano stati rinchiusi si svolse una bestiale sarabanda tra urla inumane, grida, imprecazioni. L’indagine condotta dalla Magistratura ha potuto aprire solo uno spiraglio sulla spaventosa verità di quelle ore. La ferrea legge dell’omertà instaurata dai comunisti nelle loro bande ha impedito che si potessero conoscere i nomi di quasi tutti coloro, e che furono decine, che quel pomeriggio seviziarono i fratelli Govoni. Si accertò, quando dopo molti anni furono scoperti i corpi, che quasi tutte le ossa degli uccisi presentavano fratture e incrinature.

Chi erano gli insensati esecutori dei fratelli Govoni e suoi sfortunati compagni?

La risposta: trattasi della famigerata e fantomatica “brigata Paolo”, ignota fino allora, non era probabilmente altro che un gruppo della 7ª GAP (Gruppi d’azione patriottica).

I partigiani della «2ª Brigata Paolo» infierirono con una crudeltà e sadismo veramente inconcepibili su ogni prigioniero.
Ida, la mamma ventenne, che non aveva mai saputo niente di Fascisti o di partigiani, morì tra sevizie orrende, invocando la sua bambina.

Quelli che non morirono tra i tormenti furono strangolati; e quando le urla si spensero definitivamente erano le ore ventitré dell’undici maggio. Avvenne, quindi, tra gli assassini, la ripartizione degli oggetti d’oro in possesso dei prelevati, mentre quelli di scarso o nessun valore furono gettati in un pozzo dove, anni avanti, saranno rinvenuti mentre si svolgeva l’indagine istruttoria.
I corpi delle vittime furono sepolti subito dopo in una fossa anticarro, non molto distante dalla casa colonica.

Per anni interi, sfidando le raffiche dei mitra degli assassini, sempre padroni della situazione, solo i familiari delle vittime cercarono disperatamente di fare luce su quanto fosse accaduto, nella speranza di poter almeno rintracciare i resti dei loro cari, primi fra tutti, i genitori dei fratelli Govoni.
Fu una ricerca estenuante, dolorosissima, ma inutile.

Nessuno volle parlare, nessuno volle aiutarli; molti li cacciarono via in malo modo, coprendoli d’insulti. Ci fu anche chi osò alzare la mano su quella povera vecchia che cercava solo le ossa dei suoi figli.

A Cesare e Caterina Govoni, sopravvissuti al più inumano dei dolori, lo Stato italiano, dopo lunghe esitazioni, decise di corrispondere, per i figli perduti, una pensione di 7.000 lire mensili: 1.000 per ogni figlio assassinato!

Anche se per quest’orrendo crimine ci fu un processo che si concluse con quattro condanne all’ergastolo, la giustizia non poté fare il suo corso perché gli assassini “rossi”, così come in altri casi, furono fatti fuggire oltre cortina e di loro si perse ogni traccia; successivamente, il crimine fu coperto da amnistia!


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